Tappa n.80 – Agrigento e il Giro è completo

Quando questa avventura è iniziata era esattamente l’8 novembre 2015, mentre ero ad Albenga ospite di un’amica. La buona educazione dice che non ci si alza la domenica alle 7 del mattino se non si è in casa propria e tutto è silenzioso: si sta tranquilli in camera e al massimo si guarda se in chat c’è qualcuno sveglio con cui fare due chiacchiere. Il Ciulla quel giorno era in linea ed era sveglio. Alle 8.00 in punto sono uscita felice dalla camera da letto di Angela: si sentiva profumo di caffè e avevo un nuovo sogno tra le mani. Bello da morire, divertente all’ennesima e tremendamente originale.

Sono passati 8 mesi (ma guarda che caso) e oggi, 8 luglio, il Giro del Cappero in 80 tappe si conclude anche sulla carta. Dal vivo era terminato il 18 febbraio con il rientro trionfale dei due sposini ad Agrigento, ma solo oggi possiamo considerare davvero completa l’esperienza, perchè è stata consegnata ad un racconto che resterà a disposizione di chi lo vorrà leggere. Cosa è successo in questi 240 giorni? Quanto siamo cambiati? E soprattutto, che basi abbiamo gettato per creare altre situazioni stimolanti?

Le risposte a questi interrogativi (e trovo sia bello concludere un ciclo formulando una serie di domande, anzichè tracciando un bilancio) saranno le basi di partenza della prossima fase di lavoro del Team del Cappero. Abbiamo capito che ci piace la freschezza, la semplicità, l’ironia. E che l’Italia, oltre che bella come già tutto il mondo sa (gli italiani a volte lo danno per scontato, ma vabbè) è piena, letteralmente piena di imprese, persone, luoghi ancora da scoprire e di cui raccontare. Ma soprattutto da collegare tra loro perchè si rafforzino e si sostengano vicendevolmente, consapevoli di far parte di una trama ricca e preziosa. Intrecciare i singoli capi per rendere il tessuto unico al mondo è lavoro certosino, ma di infinita soddisfazione (l’immagine che meglio visualizza questa mia proiezione è un particolare di un quadro di Alessandra Placucci, che ringrazio).

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In realtà dovrei riempire l’articolo di ringraziamenti: vorrei abbracciare tutte le persone che hanno creduto ciecamente che sarebbe stato bello partecipare, quelle che ci sono ancora e che hanno deciso di non mollarci, quelle che ci hanno camminato al fianco per un breve tratto e sono tornate alle loro occupazioni, quelle che ci hanno conosciuto solo ieri, ma sentono che c’è qualcosa di nuovo nell’aria e stanno già respirandola assieme a noi…

Siamo già tantissimi. Saremo sempre di più.

E ora in marcia, sulle tracce del Giro del Cappero: a presto, amici!

Mariagrazia Innecco

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Tappa n.79 – Bagheria, bellezza misteriosa.

In qualsiasi direzione ci si diriga lasciando Palermo si incontrano località arcinote e di una bellezza fuori dell’ordinario: si potrebbe addirittura andare a caso e non si resterebbe mai delusi. Alessandro e Edite mi hanno confidato che spesso si affidano alla Capperina che pare sia sempre capace di portarli in posti significativi, ma soprattutto dove ci sono persone interessanti. E’ successo anche con Bagheria e con Capo Zafferano (a me pare persin finto da tanto è bello) in una giornata di febbraio limpida e calda da sembrare di giugno.

bagheria capo zafferano

Quanto ci sarebbe da dire di Bagheria e dei suoi cittadini illustri: senza andare tanto indietro nel tempo basta pensare a Renato Guttuso, che ha donato alla sua città un tale numero di opere da indurre l’Amministrazione Comunale ad aprire uno splendido Museo all’interno di Villa Cattolica, o a Giuseppe Tornatore, il regista da Oscar che le ha dedicato il film Baaria, o a Dacia Maraini che vi ha ambientato il suo riuscito romanzo autobiografico. Spesso è stata usata come set cinematografico (Johnny Stecchino, Nuovo Cinema Paradiso, Il Padrino, l’ultimo spot di Dolce&Gabbana con Sophia Loren) perchè oltre ad avere dai panorami unici, è ricchissima di Ville settecentesche in stile barocco perfette per sottolinearne l’opulenza, ma anche il suo mistero e la sua magia. Di una sola voglio parlare, Villa Palagonia – detta anche Villa dei Mostri – magnetica e irresistibile – già inserita nell’elenco delle cose che visiterò in agosto. Assurda al punto che Salvador Dalì la voleva acquistare, provocò in Goethe strane reazioni. Nel suo libro Viaggio in Italia ne parlò malissimo, dando del pazzo al Principe di Palagonia che la fece costruire tutta sghemba e la volle tristemente ornata da più di duecento statue orrende e deformi. Il poeta però ne fu al contempo così attratto da indicarla nel suo Faust come perfetto simbolo demoniaco, coniando addirittura l’aggettivo “palagonico” per indicare qualcosa che sta in bilico tra il terrore e l’attrazione.

Ma torniamo alla bellezza delle persone, che a noi del Team del Cappero interessa quanto e forse più di quella dei luoghi: a Bagheria vive e lavora una donna speciale, Pina, che Alessandro Ciulla ha descritto con parole molto intense:

“A Bagheria c’è una vita felice, quella di Pina. Da giovane ha studiato farmacia, ma a tre esami dal traguardo ha deciso di mollare tutto seguendo la passione per la pittura. E’ stato il marito a permetterle, trent’anni fa, di realizzare il sogno di aprire una bottega d’arte come quelle di una volta in cui si incoraggiano e si aiutano i giovani a spiccare il volo da soli. “Con la bottega, mio marito mi ha posta su un piedistallo di vita” ti dice sgranando gli occhi con gioia.
Riccardo, Eleonora e Suleimar sono il resto della sua famiglia. Suleimar è un ragazzo del Burkina Faso, che vive in una comunità di minori ed è affidato per il momento a lei. Pina lo ha fortemente voluto. “Non ci sono mostri in mezzo al mare, quando sbarcano nelle nostre terre” aggiunge, guardando Suleimar con amorevole dolcezza.
Pochi anni fa ha cominciato uno studio semplice delle carte siciliane, immaginando come potessero sentirsi i migranti siciliani al momento dello sbarco nelle Americhe, privi di tutto e poverissimi come i migranti di oggi. Gente che aveva addosso solo la propria dignità. Pina ha immaginato che qualcuno di loro fosse riuscito a portare in tasca un mazzo di carte siciliane. Ha studiato i colori tipici del carretto siciliano e ha trasferito entrambi, colori e carte, su piccole scatole, che rimandano poeticamente all’idea di conservare e mantenere in uno scrigno la tradizione siciliana. Le scatole sono realizzate con materiali di riuso e riciclo, compresi gli ossidi, cioè i colori naturali e non comprati, come l’azuolo usato dalle nostre nonne per sbiancare le lenzuola. Anche per le stampe usa solventi ecologici. Preferisce spendere di più in questi materiali perchè costa di meno che inquinare. Il danno, secondo lei, mica lo fa alla sua tasca, se inquina, ma al mondo. Prima della raccolta differenziata ci deve essere il riuso, che non è contestualizzato ancora nelle politiche ambientali. “La differenziata già è munnizza!” ti grida con accento bagherese. Pina non è solo una vita felice ma un’isola. Il mare non lo vedi e apprezzi mai sino a quando non compare un’isola. Questa è la missione di Pina.”

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.78 – Palermo in vista

Fame! Questa è stata la prima parola pronunciata da Alessandro all’alba della nuova vita (le 4 del pomeriggio del 17 febbraio 2016) mentre percepiva il bisogno primario di scendere dalla nave, raggiungere il più vicino panellaro e tacitare momentaneamente lo stomaco a digiuno da un numero esagerato di ore.

A tutti coloro che del sud e della Sicilia sanno poco poco, va detto che “pane e panelle” è un prodotto tipico da Street Food, nato assai prima che lo battezzassero così. Da tempo immemore cioè i siciliani mangiano questa delizia camminando per la strada e fuori orario canonico. Il pane che ci vuole si chiama “mafalda, mafaldina o muffoletta” ed è morbido, cosparso di semi di sesamo (niente a che vedere con i panini americani confezionati. Che orrore!) e profumato. Quel che ci si mette dentro sono delle squisite frittelle di mais, dette  “panelle o paneddi” oppure i “cazzilli” – i rotolini di purè di patate fritti che dalle mie parti si chiamano “crocchette“. Per godere al massimo meglio mettere nel pane sia panelle che cazzilli, senza contarli, abbondando.

palermo pane con la meusa

Ho già scritto che Alessandro – più volte durante il tour – si è lamentato degli olezzi non proprio divini che disturbavano le sue narici. Ora sta rimettendosi in sesto respirando a pieni polmoni l’odore di mare, di questo mare. Sì perchè non crederete mica che si assomiglino, l’aria di mare del nord – parlo di quella di Genova, non di quella di Amsterdam o di Copenaghen – e quella di mare del sud: sono diverse per odore, colore, calore e consistenza. Questa sa di casa ed è condita con la gioia di avercela fatta e di aver riappoggiato piedi e ruote sul suolo siculo: cambiati sì, ma sani e salvi. E non c’è niente di più appagante, subito dopo aver placato i morsi della fame, che andare a guardare il mare di Mondello approfittando dell’ultima luce. E’ comprensibile questo bisogno imperioso di riappropriarsi di ciò che è profondamente e visceralmente tuo, da sempre, dopo aver percorso centinaia di chilometri in terre poco note, anche se ospitali e bellissime.

Sicilia e sicilianità. E siciliani. Preparatevi perchè ne parleremo parecchio da adesso in poi: ma tranquilli non è una minaccia, è solo una bellissima promessa, parola di lupetto.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.77 – Genova, e ci si imbarca!

Gli sposini sono alla frutta: circola voce siano passati a trovare una coppia di amici che hanno avuto da poco un bambino e che durante la visita Alessandro abbia dormito più del bebè!!! Saperlo mi ha intenerito, altrimenti li avrei costretti a fare una deviazione di un centinaio di chilometri per raggiungere Garlenda (che è in provincia di Savona) dove c’è la sede del Club delle 500 storiche. Avrei voluto conoscessero di persona la gentilissima Francesca Caneri, responsabile delle Relazioni Esterne e dell’Ufficio Stampa del Club, che tanto ci è stata vicina durate tutto il Viaggio del Cappero! L’unica cosa che invece sono riuscita a fare è convincerli a fermarsi – ma solo perchè è di strada e non hanno dovuto fare nessuna deviazione – ad Acqui Terme per vedere la famosa Piazza della Bollente, l’unica in Italia dove l’acqua sulfurea sgorga a 74,5 gradi da una fontana ubicata in pieno centro cittadino, erogando 560 litri al minuto senza smettere mai, nè di giorno nè di notte.

acqui terme la bollente

L’acqua termale è da sempre uno dei maggiori attrattori turistico/economici della città, tanto da portarla a diventare Presidente della prestigiosa E.H.T.T.A (European Historic Termal Towns Association) che raccoglie le più belle località termali europee e agisce da punto di collegamento per l’interscambio di turisti tra una e l’altra. Ci torneremo con calma durante uno dei prossimi Giri perchè anche i dintorni meriterebbero più attenzione.

L’obiettivo ora è arrivare con la luce, ma soprattutto con gli occhi aperti, al Porto di Genova, dove il garage di una comoda nave sta attendendo la Capperina Turchina e una cabina super comfort accoglierà Alessandro e Edite. Le Grandi Navi Veloci salpano da una zona un po’ marginale del grande bacino tondeggiante che si trova in piena città, mentre la zona detta Porto Antico – decisamente la più bella perchè rimessa a nuovo da Renzo Piano per le Colombiadi del 1992 – è centralissima e molto frequentata. Qui si può salire sul Bigo, l’avveniristico ascensore panoramico che arriva a 40 metri e ruota su se stesso, dando una visione mozzafiato del porto e dell’intera Genova, e si possono visitare vari spazi originali e molto performanti, come il celebre Acquario, il Museo del Mare e la Città dei Ragazzi. A queste bellezze “portuali”si aggiunge di solito una luce cristallina che amplifica il contrasto tra cielo e mare, in un trionfo di azzurri sempre cangianti e spesso illuminati dal sole. Meraviglioso sarebbe fare una passeggiata tra i carrugi, le strette e tipiche vie genovesi  tanto celebrate da Fabrizio De Andrè. A lui e agli altri cantautori nati a Genova – Luigi Tenco, Umberto Bindi, Ivano Fossati, Gino Paoli –  è dedicato un emporio/museo piccolino ma imperdibile, oggi proprietà del Comune. Non poteva che chiamarsi Via del Campo 29 rosso, per la gioia delle migliaia di fan che arrivano da tutt’Italia per respirare l’atmosfera unica che emana.

Le uniche cose di cui però hanno bisogno adesso i Capperini sono il buio e il silenzio. Devono far riposare le loro membra dopo quasi un mese di permanenza nell’angusto abitacolo della cinquecento. Devono smaltire le tensioni accumulate e l’adrenalina che si è andata a depositare fin nei più minuscoli anfratti del loro corpo. All’arrivo a Palermo, dopo le 18 ore di una navigazione che si preannuncia tranquilla e senza scossoni, ci saranno gli amici ad attenderli e a dare loro il benvenuto in Sicilia. Ma ora è davvero venuto il momento di addormentarsi senza pensare a nulla, lasciandosi cullare dalle onde per un tempo lunghissimo…

Mariagrazia Innecco

Tappa n.76 – Calosso, paradiso dello spirito.

E’ incredibile quanti cartelli indicanti cantine si vedano appena fuori Asti: in qualsiasi direzione ci si diriga è la stessa cosa, pare che da queste parti non si faccia altro che produrre vino… ma se ne beve anche parecchio!

Imboccando la Statale 59 in direzione sud e poi andando un po’ a caso, seguendo come spesso amano fare solo l’istinto, Alessandro e Edite vengono attratti da una collina incantata visibile fin da lontano. Alta circa 400 metri, stranamente non coperta di vigne ma di antiche abitazioni, talmente pittoresca da sembrare dipinta, ammaliante come una sirena. Senza averlo  programmato si ritrovano a Calosso, un piccolo borgo medievale, popolato da un migliaio di abitanti e immerso nel silenzio, proprio come piace a loro. Entrano nel cortile di una cantina, accolti con entusiasmo dal proprietario e da sua moglie che paiono attenderli da lungo tempo, come se fossero i protagonisti di una fiaba e già sapessero tutto di loro. E meno male che qualche volta i Piemontesi vengono tacciati di essere chiusi e poco ospitali… Le parole scritte da Alessandro ci aiutano a capire ancora meglio l’ambiente e l’atmosfera in cui si sono trovati immersi.

Mariagrazia Innecco

Piero e Bruna non hanno figli, ma solo in apparenza. Lui ha un’azienda di vino a Calosso da almeno tre generazioni. Dico “almeno” perchè neppure il suo bisnonno si ricordava con certezza da quanto tempo la possedeva. Oggi lì ci sono 35 ettari di vigne, incastonati in uno dei paesaggi più belli d’Italia, che sono diventati da pochi anni Patrimonio Unesco. Lo trovi in tuta da lavoro, arrivando in cantina, impegnato a realizzare i suoi vini con 13 dipendenti, ai quali ha dato sul posto la casa per vivere. E piano piano scopri che i loro figli li hanno sempre lì con loro. Sono le vigne, la cantina e i loro operai. Piero e Bruna vendono i loro vini direttamente al cliente. Non hanno intermediari, non fanno fiere e neppure pubblicità. In questo modo, non essendo assillati da spese, possono puntare alla qualità ad un prezzo accettabile. Hanno una ventina di etichette, che devi assaggiare in successione senza tornare mai indietro.”Non si fa” ti dicono sorridendo. Tante aziende raccontano balle, secondo loro, quando dicono di produrre del vino biologico in cui non mettono nulla. Rame e zolfo in polvere, che sono naturali peraltro, si sono sempre usati. Piero ti spiega con pacatezza che questi prodotti non entrano nella clorofilla della pianta e, quindi, neppure nel vino. Sono prodotti di copertura che vengono lavati dalla pioggia. Di diserbanti neppure a parlarne. Usa una macchina per togliere l’erba da sotto la pianta senza diserbare. Prima di andare via, io ed Edite decidiamo di acquistare uno strepitoso passito rosso al prezzo calmierato dalla loro filosofia. “Non fateci pubblicità, però, perchè i nostri 35 ettari sono già coperti dalla nostra clientela” ti salutano così Piero e Bruna, consapevoli di avere una famiglia bella e felice.”

Alessandro Ciulla

Tappa n.75 -Asti, the day after

Troppo poco durano le giornate belle: finiscono in un battibaleno come e più di tutte le altre, ma il nostro pensiero ci potrà riandare mille e mille volte, potremo riguardare ogni fotogramma con calma e forse scopriremo particolari che erano sfuggiti alla nostra attenzione nel momento in cui si manifestavano. The day after, il primo della nuova era, cade giusto il 14 febbraio, e per i neo signori Ciulla inizia nel migliore dei modi: circondati dalle orchidee con cui la deliziosa Laura Silva del Lisander – il B&B di charme di Seregno dove i nostri sposini hanno trascorso la loro prima e sacra notte di nozze – ha decorato la suite.

Un’atmosfera da vera vera “vie en rose” che non può essere rovinata da nulla, men che meno dalla nebbia che sta calando, accompagnata da una pioggerella piuttosto insistente. Ma chi se ne può accorgere, quando lo stato d’animo è idilliaco? Laura oltre alle orchidee ha pensato anche a degli oleografici Baci Perugina, in una scatola rigorosamente a forma di cuore, che troneggerà per qualche ora sul cruscotto della Capperina durante la marcia verso Asti, prossimo appuntamento del viaggio di ritorno di Alessandro e Edite.

14 febbraio 20162

Non è la giornata giusta per fare i turisti, quindi non riesco a convincerli a fare una sosta nella storica Vigevano, che sarebbe di strada: la stanchezza sta uscendo a fiotti e il calo dell’adrenalina è tosto da smaltire. Dicono che le Lune di Miele siano state inventate per dare agli sposi l’ossigeno per riprendersi dalle fatiche dei preparativi, ma qui tutto è special e diverso, bisogna procedere, incontrare ancora tanti amici e soprattutto non mancare l’appuntamento con la nave che tra qualche giorno partirà da Genova e in 18 ore porterà gli sposi e la cinquecentina fino a Palermo. Questa più che una Luna di Milele è un tostissimo Viaggio di Nozze: è iniziato 25 giorni prima della data dello sposalizio e ancora non accenna a finire!

Certo il mese di febbraio non è il migliore per arrivare nelle Langhe e nel Monferrato. Io ci sono stata in tutte le stagioni perchè ho un amico che ha un bel casale da queste parti, e decisamente consiglio di andarci in primavera inoltrata, quando le colline sono verdi e i filari delle viti si stanno riempiendo di foglie a perdita d’occhio, o in autunno, appena prima della vendemmia, quando ovunque si guardi compaiono scene dipinte di colori incredibili.

Invece non c’è stagione meno ideale dell’altra per una visita – possibilmente con degustazione – a una delle oltre duecento cantine che costellano l’intero territorio attorno ad Asti, alcune a conduzione familiare, altre famose in tutto il mondo, ma tutte estremamente organizzate e interessanti. Se sono più affascinanti e dirette le più piccole, dove può capitare ti accolga di persona il proprietario,  sono le più antiche e storiche che ci incanteranno con le loro dimensioni e i loro metodi di lavoro. Ho avuto la fortuna di vedere le Storiche Cantine Coppo di Canelli, che è una ridente località appena a sud di Asti: sono state addirittura dichiarate Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco per la loro estensione – 5.000 metri quadrati – per la loro profondità – arrivano a 40 metri sotto il livello del suolo – e per la lunghezza delle gallerie e dei cunicoli scavati nel tufo. Durante la visita guidata vi spiegheranno tantissime cose, ma credo resterete incantati, come è successo a me, dal racconto legato alla pratica del “remouage” che viene svolta tutti i giorni da un personaggio esperto, chiamato “capospumantista” al quale viene affidata la parte più delicata e finale della produzione degli spumanti.

La tecnica all’apparenza è molto semplice e serve ad evitare che il vino resti torbido, come accadeva fino a un secolo fa. Poi qualcuno si rese conto che mettendo le bottiglie quasi in verticale nei “pupitres“(le tavole inclinate che si vedono nella foto) dopo averle ben ben agitate per sollevare tutto il fondo, i residui dei lieviti in 5 o 6 giorni si appoggiavano tutti in una zona della bottiglia. Questo punto veniva segnato sul fondo con un gessetto e da lì iniziava una lentissima rotazione manuale giornaliera fino a che, in un paio di settimane, la feccia si spostava tutta nel collo della bottiglia.

Si fa ancora esattamente tutto nello stesso modo, a parte l’utilizzo di un macchinario per il congelamento rapido e naturale della feccia che viene eliminata in modo perfetto con il metodo della “sboccatura“. Ora che lo spumante è limpido e puro la bottiglia è pronta per essere tappata e ingabbiata in modo definitivo, in attesa del momento in cui sacrificarsi, facendosi tirare il collo per la gioia di qualche santo bevitore…

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.74 – Seregno un matrimonio special

Prendete una bella ragazza dalla pelle bianchissima, che ancora non sa esprimersi troppo bene in italiano perchè arriva da un Paese dell’Europa Nord Orientale. Poi prendete un uomo (ragazzi diciamo che si resta fino ai 35, poi si diventa uomini anche al giorno d’oggi) dalla pelle un po’ meno bianca, ma solo perchè parecchio abbronzata, che si esprime molto bene in italiano, ma ancora meglio in siciliano.

Lasciate perdere le congiunture che li hanno portati uno di fronte all’altro se no ci impiego due mesi a raccontarvele. Pensate solo che ad un certo punto il miracolo accade e dopo una cena organizzata da un’amica comune e intelligente, scatta la scintilla che li fa avvicinare. Poteva finire lì, anzi magari poteva continuare in modo del tutto prevedibile, invece a queste due persone piace fare accadere cose decisamente speciali. Lui scopre che se ha lei vicino, finalmente la vita assume il sapore giusto, lei scopre la stessa cosa, ma in più comincia a pensare che forse vivere dove l’estate dura tre quarti dell’anno è più bello che dove sì e no dura 15 giorni.

mica solo mare

Poi scopre che le piace da matti stare accanto alla mamma di lui quando cucina, e in men che non si dica impara trucchi e segreti culinari che solo le siciliane autoctone di solito conoscono. Lui è speciale sì, ma fondamentalmente masculo, e quindi sensibile oltre che alla sua beltà, anche alla sua abilità ai fornelli. Le fa una proposta che lei accetta di buon grado e che porta avanti con una serietà e precisione decisamente nordiche (chi è stato in vacanza a Linosa sa esattamente di cosa sto parlando).

Ora dobbiamo fare un salto temporale di 7 anni, durante i quali i nostri due beniamini hanno molto lavorato, si sono molto affiatati, si sono creati una clientela di tutto rispetto e hanno gestito al meglio una struttura alberghiera a Linosa chiamata Linoikos.

In zona cesarini, poco prima che per dolorose e inspiegabili vicende Linoikos debba essere smantellata, nella vita dei due arrivo io. Giuro, ma proprio giuro che non avrei mai pensato che sarebbe successo quel che è successo. Giuro, ma proprio giuro che non c’è stato nulla di premeditato. Arrivo, dicevo, a Linosa. Per cinque brevissimi giorni. L’ultimo, un secondo prima di salire sull’aliscafo, lui mi confessa che da tantissimi anni accarezza uno strano sogno: vorrebbe portare fisicamente i capperi della sua Linosa fino a Milano.

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Ora non è che vi voglio raccontare tutto daccapo: chi ci segue da mesi la storia la sa già. Forse però non sa che, dopo aver preso questo desiderio molto sul serio (sono nordica anch’io, ma soprattutto non discuto mai i sogni altrui) e aver cominciato a lavorare sul progetto come se fosse l’unica cosa al mondo degna di essere seguita, mi sono spinta oltre. Faccio spesso così. Non mi bastava mettere in piedi il Giro del Cappero (ovviamente in 80 tappe!), lavorarci come se fosse l’idea più bella mai sentita, coinvolgere nell’avventura decine e decine di persone… volevo anche la ciliegina sulla torta, perchè se si deve far nascere una favola bisogna farlo fino in fondo. Ed eccomi a far notare che stava procedendo tutto bene, ma che per raggiungere il massimo dei risultati ci sarebbe voluto un “degno” coronamento.

In 10 minuti di chat la mia idea era stata accettata – e quindi ne deduco che fosse già ampiamente presente nella fantasia di entrambi – fatto sta che nessuno ancora ci aveva pensato concretamente e men che meno ne aveva parlato. Sia Alessandro che Edite però sono persone di parola: detto sì una volta si va avanti su quella strada fino a compimento.

Quindi eccoci arrivare al 13 di febbraio, esattamente 4 mesi fa.

Fate il calcolo di quante probabilità ci sono che un uomo nato ad Agrigento e una donna nata a Riga convolino a nozze in una località della provincia di Milano con la quale non hanno mai avuto relazioni. Della quale non hanno forse nemmeno mai sentito il nome. Ma così doveva andare e a Seregno questo matrimonio si doveva fare. Grazie all’organizzazione impeccabile della nostra amica e Pierre Eva Musci è andato tutto alla perfezione: il corteo delle 500 storiche arrivate anche da fuori città e che hanno seguito la Capperina Turchina più raggiante che mai, la cerimonia officiata dal Sindaco Edoardo Mazza, i saluti dal balcone degni di una coppia reale, il rinfresco intimo e affettuoso.

Ci siamo emozionati tutti, eravamo tutti molto coinvolti, molto più di quanto accada di solito, intendo. Probabilmente abbiamo colto l’occasione per rendere questo matrimonio un simbolo, un esempio, un faro luminoso che ci potrà guidare a lungo, costruendo percorsi e fornendo spunti a tutti coloro che vorranno partecipare a questa avventura di vita, che per quanto privata è anche a disposizione di tutti coloro che ne vogliono attingere.

A chi non riesce a cogliere appieno il significato delle mie parole ma se ne sente attratto, dico solo di pazientare e di continuare ad esserci, di continuare a stare con noi, perchè quello che si è ufficialmente costituito il 13 di febbraio 2016 non è solo un nuovo nucleo familiare: è un sogno di vita che produrrà magia per parecchio tempo, parola di una seria e severa realizzatrice di sogni!

Mariagrazia Innecco

Tappa n.73 – Milano, finalmente Milano

Un sogno sta per coronarsi: quello apparentemente prosaico, quello legato ai capperi di Linosa che da 10 anni Alessandro Ciulla voleva far arrivare in Piazza del Duomo, per far conoscere ai milanesi – e poi magari anche al resto degli italiani – la loro croccantezza, la loro perfezione, la loro unicità assoluta. I capperi nella mia mente, dopo tre mesi di lavoro assieme, si sono sovrapposti a questi due ragazzi così genuini e sinceri, perfettamente in sintonia tra loro e capaci di porsi all’Italia con tanto garbo e delicatezza, portatori di un messaggio di speranza nell’onestà e nella voglia di far andare le cose in modo diverso.  Il sogno romantico dovrà attendere ancora una manciata di giorni, ma è pronto a sbocciare e a realizzarsi anche lui.

Il “Doppio sogno” – e mi perdoni Arthur Schnitzler se utilizzo il suo titolo, ma è il più bello in cui mai mi sia imbattuta in tutta la mia storia di lettrice, al di là del contenuto della novella – dovrebbe sempre farci da guida: uno solo non basta a modificare il corso degli eventi, a far andare l’acqua dal basso all’alto, ad ottenere l’impensabile senza troppo sforzo. Guardare le situazioni con gli occhi ben aperti, ma saperli anche chiudere al momento giusto, permette di conoscersi, di far emergere la propria natura e di affrontare l’esistenza con serenità. Vanno rafforzati in continuazione i sogni, e anche condivisi il più possibile, perchè così, quando si realizzano, potranno far ricadere i loro benefici su un gruppo ampio di persone, propagandosi nell’etere e inducendo altri effetti a catena. In quanti abbiamo lavorato perchè la Capperina e i Ciulla arrivassero qui sani e salvi? Ma non solo in buona salute, anche non troppo provati e in grado di godersi i giorni a venire, rendendosi conto del passo che stanno per affrontare. Durante il viaggio avevano sempre troppe cose da fare, tante persone da salutare, dovevano essere sempre concentrati sulla rigida tabella di marcia che da Milano stavo imponendo loro. Adesso sono arrivati e possiamo rilassarci tutti. Si sono lasciati condurre con fiducia ma hanno anche partecipato attivamente ad ogni singola porzione di avventura, rendendo la nostra esperienza comune davvero unica.

Ce ne andiamo a zonzo per la città apparentemente senza meta, felici, tutti, di avercela quasi fatta. Complice anche il bel tempo che a febbraio è un vero regalo: Alessandro continua a dire che l’aria di Milano è puzzolentissima, ma credo dipenda solo dal fatto che ha vissuto una vita intera tra Linosa ed Agrigento, dove di sicuro certi odori non si sentono. In realtà il cielo è terso, di un azzurro quasi siciliano, c’è persino un venticello piacevole e le foto sono venute una meraviglia.

Manca ancora solo ancora un passo. Ma sarà il più importante, perchè lascerà un’impronta indelebile nelle vite di Alessandro e Edite e le segnerà per sempre. E noi ci saremo.

party del cappero

Mariagrazia Innecco

Tappa n.72 – Pavia e la sua Certosa

Da Lodi a Pavia ci sono 35 chilometri scarsi, e vale la pena di percorrerli per dare un’occhiata a una tra le città più interessanti e antiche che ci sono nei dintorni di Milano. L’avevamo tenuta come “cuscinetto”, per saltarla in caso di ritardo sulla tabella di marcia, ma la precisione di Edite e Alessandro e soprattutto la buona tempra del motore della Capperina Turchina, mai troppo sollecitato e tenuto sempre al giusto numero di giri dal piede esperto del suo proprietario, ci sta permettendo una precisione di percorrenza assolutamente encomiabile.

Ed ecco che una visita alla romana Ticinum – che poi con il regno longobardo si chiamerà Papia – può essere effettuata in tutta serenità. Merita arrivare da Borgo Ticino e trovarsi davanti il famoso Ponte Coperto, che se per caso è illuminato dalla luce calda della sera diventa un capolavoro ancora più irreale. La riva destra del fiume sembra un dipinto di Carlo Carra, con le sue case basse, piccoline e coloratissime, talvolta trasformate in locande caratteristiche dove si mangiano gli antichi piatti della tradizione pavese.

Ora sono pregiate e costose, ma una volta qui ci abitavano i meno abbienti, quelli che non si potevano permettere le preziose case del centro, che avevano bisogno di stare vicino all’acqua perchè vivevano grazie alle loro imbarcazioni o perchè lavavano al fiume i panni dei ricchi: ed è toccante il monumento alla Marietta dello scultore Giovanni Scapolla, simbolo di tutte le lavanderine che con qualsiasi tempo e immerse nella nebbia hanno trascorso una vita intera con le mani nella gelida acqua del Ticino, sognando, un giorno, di poter vivere in modo meno faticoso. E’ suggestivo questo borgo, ma anche parecchio insidioso: lo si capisce dalle tante targhe che si trovano a diverse altezze sulle facciate delle casette e che segnano i livelli di piena del fiume nei vari anni.

Più o meno con cadenza decennale vanno sott’acqua, ed ecco spiegato anche il colore sempre brillante delle pitture che non fanno mai in tempo ad invecchiare… croce, delizia e scotto da pagare per avere un panorama tanto poetico davanti agli occhi e un fiume che si gonfia facilmente a pochi metri di distanza.

Riprendendo la marcia verso Milano a una decina di chilometri verso nord si incontra un altro gioiello pavese: la famosa Certosa voluta da Giangaleazzo Visconti per onorare un voto di maternità fatto dalla moglie Caterina e iniziata nel 1396 con uno sfarzo degno del Duomo di Milano (e forse indice della rivalità tra le due città). Il Castello Visconteo di Pavia e la Certosa erano e sono collegati da una strada dritta come un fuso che taglia la campagna e attraversa la pianura. Quasi alla stessa distanza, dalla parte opposta, si trova il Castello Sforzesco Milanese. Il complesso ha più di 600 anni di storia, molti problemi strutturali, costi elevati di gestione – gli ultimi calcoli fatti dicono che servirebbero 30 milioni di euro per i restauri – ma riesce ancora a mantenere intatta la sua atmosfera ieratica, grazie al suo isolamento e all’estensione notevole  della sua superficie. I monaci che vi abitano stanno facendo letteralmente i miracoli per mantenere viva la struttura per le decine di migliaia di visitatori che ogni anno vi si recano, nonostante gli orari ridottissimi in cui è aperta e la proverbiale severità dei padroni di casa, che sanno di avere un compito veramente arduo da portare avanti…

Mariagrazia Innecco

Tappa n.71 – Lodi, un momento di pace

Mica facile avere a pochi chilometri una bisbetica, presuntuosa, ricca, forte e bella rivale.    A momenti viene la tentazione di fare pace e mettere assieme le forze per ottenere risultati congiunti, ma poi al primo sopruso scatta l’antipatia atavica e la rivalità di fondo che fa riprendere a litigare, a farsi i dispetti e a cercare la supremazia e la libertà d’azione. Più di un millennio tanto contrastato sfiancherebbe chiunque, ma non ha affatto fiaccato due cavalle di razza come sono sempre state e sempre saranno la città di Milano e quella di Lodi. Unite da un fiume, il Lambro, separate dalla stessa voglia di primeggiare, che nell’ultimo secolo pare finalmente sopita, magari solo nell’attesa di dissotterrare per l’ennesima volta l’ascia di guerra.

C’è da chiedersi come mai una città da sempre più piccola e meno popolosa come era l’antica Laus Pompeia si sia sentita all’altezza di rivaleggiare con la grande Mediolanum e come sia riuscita nei secoli a prendersi anche delle belle soddisfazioni. Merito della sua innata propensione ai commerci, probabilmente, oltre che della sua posizione fortunata, bagnata in antichità sia dal Lambro che dall’Adda e quindi naturalmente collegata al Po e al Mare Adriatico. Questo le permise di imporre pesanti pedaggi alle numerose imbarcazioni di passaggio e di creare uno dei più grandi e floridi mercati del tempo. Si svolgeva ogni martedì richiamando migliaia di compratori e alimentando la ricchezza cittadina.

lodi mercato

Milano in uno dei suoi momenti di supremazia – eravamo nel 1150 d.C. – gelosa di tanto successo e decisa ad interromperlo, impose che il mercato venisse trasferito ai margini dell’abitato, in un’area fangosa e mal servita, con l’evidente mira di portarlo alla chiusura.  A quel punto i lodigiani, stanchi di subire da Milano angherie e vessazioni di ogni tipo, cercarono la protezione di Federico Barbarossa: sapevano benissimo che anche  l’Imperatore mal sopportava l’atteggiamento sfrontato e poco da “suddita”che stava tenendo da fin troppo tempo Milano.

Le alterne vicende successive, seppure importantissime, sono davvero impossibili da descrivere senza annoiare il lettore, quindi ve le risparmio e passo senza indugio al giorno d’oggi, e alla mia particolare visione del lodigiano. Non me ne vogliano gli storici, ma quello che più mi commuove di questo territorio è la sua capacità culinaria e gastronomica. Mi darete della prosaica, lo so, ma quando mi trovo davanti a una “raspadura” o a un “fegato alla lodigiana” o a un “risotto in cagnone” vado in sollucchero e di tutti i contrasti tra le due belle me ne faccio un elegantissimo baffo! Provate, per non avere più dubbi, la Rassegna Gastronomica d’Autunno del Lodigiano, e sappiatemi dire…

Mariagrazia Innecco