Tappa n. 13 – Scilla … chi era costei?

si amano

Sembra una favola vero? E lo è, per certi versi! Quindi ci sta piacendo molto, perchè le favole, che abbiano o meno il lieto fine (tanquilli: questa lo avrà e scusate lo spoileraggio) ci appartengono e ci tengono compagnia perchè ne riconosciamo lo schema senza fatica. Un po’ meno tranquilli invece ci fanno stare i miti, che sono anche loro delle favole, anche se molto incasinate e difficilissime da tenere a mente, perchè colpiscono più in profondità le nostre debolezze, mettendo in luce il nostro continuo conflitto interiore tra la consapevolezza di essere umani, mortali e poco influenti rispetto al destino dell’universo, e l’illusione di essere immortali e divini, oltre che fondamentali e insostituibili.

Guardate questa fotografia: il mare è calmo, la temperatura si è alzata e si può stare vestiti più leggeri, c’è nello sguardo dei nostri protagonisti tutto l’amore del mondo, regna la pace e l’armonia. Siamo in vista di Scilla, che oltre ad avere un bellissimo nome ci ricorda la bellezza delle ninfe, creature non divine e immortali, ma quasi, a cui sono stati fatti due dei doni che tutti vorremmo ricevere: la bellezza e la  giovinezza protratte per un tempo lunghissimo e incalcolabile. E ora usciamo dalla favola e entriamo nel mito: vedrete come immediatamente lo scenario si complicherà e si infiammerà.

Ancora una piccolissima premessa: Scilla era una Nereide, apparteneva cioè a quel drappello di semidee a cui era stata affidata la cura e il controllo dei mari – mentre, per dire, le Meliadi avevano da badare ai frassini, le Auloniadi alle valli e ai burroni e via ninfeggiando.

Non è che tutti i giorni ci fosse qualcosa da fare, spesso la nostra leggiadra poteva passare il suo tempo passeggiando sulla spiaggia, osservando la risacca, bagnandosi di tanto in tanto in tutta tranquillità, probabilmente annoiandosi anche un po’. Ma ci fu un giorno che dai flutti uscì una creatura spaventevole, nè tutto uomo, nè tutto pesce, con barba e capelli grondanti alghe orrende, con la pelle parzialmente coperta di squame di un inquietante colore bluastro e lei fuggì lontano, spaventata, sulla cima di un monte.

Classico approccio tra la bestia e la bella, dove spesso la bestia non ha nessuna intenzione perfida, ma è il suo orrido aspetto esteriore a fare più effetto delle parole… spesso è un sortilegio ad averla incatenata in un corpo fetido e a renderla odiosa a uomini e dei ( e ninfe). Poco poterono le parole d’amore pronunciate da Glauco – questo era il nome dell’infelice e da allora sinonimo di bluastro –  reo solo di essersi innamorato di una semidea mentre era un pescatore mortale e per questo trasformato in un mostro orrorifico. Il mito a questo punto inserisce la Maga per eccellenza, quella Circe che ammalia e promette, senza mantenere mai, ma che  complica ulteriormente le cose perchè infida e prepotente. A lei Glauco andava bene anche brutto, e lo voleva per sè, assolutamente insensibile all’amore di lui per Scilla.

E qui vi invito per un attimo a considerare – se siete donne – il fastidio indicibile che tutte noi proviamo se qualche maschio osa rifiutarci, fastidio che in un attimo può trasrmarsi in sete di vendetta, e se invece siete uomini – valutate bene il rischio che correte rifiutando una donna che vi ha chiaramente fatto capire che vi desidera.

 

Circe ovviamente si comportò da femmina potenziata e scagliò la sua ira funesta contro la ninfetta paurosa: aspettò che si sentisse abbastanza al sicuro da poter reimmergersi nel mare e diede il via al sortilegio. In men che non si dica la fanciulla si trovò circondata di teste di cani ringhianti, che non la lasciavano allontanare di un millimetro, le stavano addosso, la spaventavano ma non la azzannavano. Quando si rese conto di averli attaccati a se dalla vita in giù, e per sempre, si inabissò per togliersi alla vista del mondo e trovare rigugio in una caverna sotterranea dove già abitava un altro bel personaggio: quella Cariddi che nessuno mai vide – e che non corrisponde infatti ad un luogo geografico – ma che tre volte al giorno ingurgitava tutta l’acqua del mare e tre volte al giorno la rivomitava, creando ininiterrotti gorghi e mulinelli pericolosissimi.

Questo il racconto e questa forse la chiave di lettura: lo Stretto e i territori limitrofi, per chi non l’avesse ancora capito, sono di una bellezza indicibile, sia in superficie che sott’acqua, ma …. occhio all’apparente calma. Da un momento all’altro tutto potrebbe mutare, sobbollire, e persino diventare pericoloso per l’incolumità delle persone e dei luoghi. D’altronde non è facile trovare concentrati in uno stessa area un vulcano attivo, due mari insofferenti uno all’altro, tre placche continentali e una depressione tettonica vecchia di 125.000 anni…

Riuscite ad immaginare quanta energia circola qui intorno?

Mariagrazia Innecco

Tappa n.12 – Reggio Calabria

Ve lo immaginate quanto può essere emozionante salire sulla Capperina per “atterrare” sul molo di Villa San Giovanni e trovare un’automobile imbandierata che ti attende per scortarti fino al centro di Reggio Calabria.

A bordo Caterina Alizio, signora delle 500 di Reggio Calabria, braccio destro del Fiduciario del 500 club d’Italia della città dello stretto, sorridente solare e simpaticissima, sempre presente quando si tratta di organizzare raduni e caroselli.

caterina alizio

Questa volta i ragazzi del Club più simpatico d’Italia si sono superati: Enzo Polimeni ha preso sulle sue spalle tutta l’organizzazione che è stata a dir poco impeccabile, sia come orari che come scenografia.

Il punto di incontro è stata la bella Piazza Italia, dove sono ubicati i palazzi di Provincia, Prefettura e Municipio, tutti prospicienti ad un giardino molto frequentato dai reggini. Lì si erano radunati molti cinquecentini locali, un po’ nervosi ed emozionati per la visita della bella Capperina, tirati a lucido come ogni volta che escono dai garage, pettinati e profumati per accogliere degnamente una signora così in vista. Lei era un po’ stanchina, ma ringalluzzita dalla vista di una simile folla venuta a renderle omaggio.

Alessandro e Edite sono scesi e non volevano credere ai loro occhi: tanta gente, ma anche tante tv, oltre alle autorità e ai presidenti dei Club automobilistici. E tutti intorno, neanche fossero arrivati George Clooney e Amal Alamuddin. Strano ma decisamente piacevole.

Il saluto dell’Assessore alla Cultura della Provincia, Prof. Eduardo Lamberti Castronuovo, del Vice Sindaco Dr. Saverio Anghelone, dell’Assessore ai Grandi Eventi, Dr. Nicola Paris, del Presidente dell’Automobile Club, Avv. Santo Alfonso Martorano e dei Presidenti dei Club 500 locali.

filippo crupi reggio calabria

Questo signore sorridente e felice si chiama Filippo Crupi ed è un musicista…. anche se sui generis….. un maestro di armonia, diciamo. Lui ha un orecchio musicale unico in Italia: ascolta il canto dei motori delle 500 e appena si accorge di una minima stonatura sa dove mettere le mani per riportare il suono alla perfezione. Persino al telefono riesce ad ascoltare le voci dei motori. Un genio assoluto nel suo campo.

E per finire in bellezza…. le parole di Alessandro a commento della giornata e dell’accoglienza di Reggio Calabria.

Oggi, quando ci siamo imbarcati sul traghetto Caronte, non immaginavamo minimamente cosa sarebbe successo, di lì a poche ore, a Reggio Calabria. Eppure la strana posizione centrale, casualmente occupata dalla 500 nella stiva della nave, ha delineato da subito i contorni di un destino, direi, quasi, i caratteri di una conquista. Arrivati a Villa San Giovanni, siamo stati stati immediatamente portati a Reggio, davanti al Palazzo Comunale, e in pochi minuti io ed Edite siamo stati trascinati in un vortice mediatico, al quale non siamo abituati, ma che subito abbiamo condiviso. Nella stanza del Sindaco, davanti a una trentina di persone, abbiamo fatto il primo comizio della nostra vita. Poi, velocemente giù per le scale sino all’ingresso del palazzo, dove ci aspettavano la televisione nazionale e quelle locali. Accese le luci delle telecamere, siamo diventati Anita e Garibaldi al contrario, che partono dal Sud alla conquista del Nord. Interviste in serie, strette di mano, che neppure Clooney e consorte immaginerebbero. A quel punto, sicuri della vittoria, abbiamo issato la bandierina dell’Italia sul cavallo della 500. La Calabria è stata conquistata, senza colpo ferire. Avanti!

Mariagrazia Innecco

 

 

Tappa n. 11 – Villa San Giovanni, il dolore

Chi non è mai stato in macchina o in treno in Sicilia, passando dalla terraferma, forse non ha mai messo piede in questa cittadina che deve proprio allo stretto la sua fama e la sua economia. Sarà la prima  delle 17 tappe che sono state previste in Calabria dal Giro del Cappero.

Antica come la notte dei tempi, dirimpettaia di Messina più di quanto non lo sia la ben più nota Reggio Calabria – che dista 15 km – ha sempre avuto uno strettissimo collegamento con la Sicilia, anche per via del gran traffico di navi e treni che proprio da qui transitano. Non mi piace dare i numeri, e quindi non lo farò nemmeno in questa circostanza, ma sono migliaia le auto e i mezzi pesanti che ogni giorno utilizzano i ferry boat Caronte, e varie decine sono i treni passeggeri e merci che vengono caricati sulle navi. Durante l’estate i numeri crescono ulteriormente e fare calcoli sui tempi di attesa per traghettare da una sponda all’altra è praticamente inutile: molto meglio va a chi non ha con sè un veicolo, perchè gli aliscafi e le navi veloci sono davvero uno dietro l’altro, non come i treni della metropolitana di Milano, ma quasi.

Questa volta però desidero parlare di una Villa San Giovanni diversa da quella delle cartoline: credo che in pochissimi abbiano la giusta percezione di cosa accadde in questa zona nei giorni precedenti l’ultimo dell’anno del 1908. Siamo così abituati a considerare le località marine baciate dalla fortuna e dagli dei, che raramente pensiamo – almeno alle nostre latitudini – che avere il mare così sotto casa potrebbe creare qualche problema. Si, magari d’inverno qualche mareggiata viene messa in conto, ma il 90% di noi pagherebbe parecchio per avere una bella casetta pied dans l’eau.

All’alba del 28 dicembre 1908 – erano da poco passate le cinque – la popolazione si svegliò di soprassalto per una scossa di terremoto che risultò essere del decimo grado (il massimo è 12) : 37 interminabili secondi dove ai movimenti prima sussultori e poi ondulatori, si aggiunse anche un rarissimo effetto vortice. I sismografi impazzirono e andarono a scrivere ben oltre la fine dei cilindri. Dopo nemmeno 15 minuti, quando già la gravità del terremoto era più che evidente e i sopravvissuti avevano inziato a vagare come fantasmi sotto shock, arrivò anche uno tsunami, con onde che in certi punti raggiunsero i 12 metri, portando ulteriore distruzione e morte. Il numero preciso di vittime non si saprà mai perchè andarono perduti anche tutti i registri delle anagrafi, e perchè perirono famiglie intere che nessuno andò a cercare. I calcoli più corretti parlano di 120.000 vittime, un numero spaventoso, per pochi minuti di finimondo.

villa san giovanni terremoto

Non avrei voluto rattristare chi sta leggendo queste righe, perchè preferisco scrivere di cose amene e leggere, ma mi sembra doveroso dedicare un pensiero a un territorio così profondamente ferito e colpito, oltre che ai discendenti dei superstiti di una simile esperienza.

Lo dedico a uno per tutti, al grande uomo che con il suo Premio Nobel alla Letteratura nel 1959 rese orgogliosa l’Italia intera. Parlo di Salvatore Quasimodo, il grande poeta che a soli 7 anni fu testimone della sventura e che, con ogni probabilità, ebbe l’intera esistenza permeata da questo grande dolore.

http://www.raiscuola.rai.it/…/salvatore-q…/3563/default.aspx

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.10 – Messina e u Strittu

Se invece che italiani fossimo cinesi o giapponesi o danesi il nostro ponte sospeso lo avremmo già da un bel pezzo, ne sono certa.. invece noi ne parliamo da decenni, ma a parte una lunga serie di costosissimi studi nessun nostro governante è ancora riuscito a prendere la storica decisione di collegare i due punti più vicini tra loro di Sicilia e Calabria. E dire che sembra siano lì, protesi uno verso l’altro, come due mani che desiderano toccarsi ma che nonostante lo sforzo non ce la fanno: 3.150 metri che tengono separate due regioni che avrebbero estremo bisogno di raggiungersi e mescolarsi di più, e che invece restano per ora divise da questo particolarissimo tratto di mare.

Mare che in realtà è costituito da due mari, il Tirreno e lo Jonio, che non vanno proprio d’accordissimo. Mi spiego meglio. Uno è in alta marea mentre l’altro è in bassa, e viceversa…  così le acque dell’uno continuano a sversarsi nell’altro, ininterrottamente, creando dei fenomeni che sono stati battezzati con nomi pittoreschi, che ne sottolineano la natura poco tranquilla: si chiamano tagli, scale di mare, garofoli, bastardi e macchie di olio – e quando si verificano queste ultime – forse – c’è un attimo di tranquillità. Poi l’acqua dello Ionio è più pesante di quella del Tirreno, e questo provoca gorghi anche importanti. Poi non dimentichiamoci dei venti che si infilano e ne combinano di tutti i colori…. Bella turbolenta questa zona, anche se di solito il maltempo se ne sta alla larga o dura pochissimo.

capperina attraversa lo stretto

I venti minuti della traversata sul traghetto Caronte – da queste parti la mitologia è di casa – durano una frazione di secondo: giusto il tempo di salire sulla torretta e fotografare la Capperina piccolina, lì in basso, circondata di mezzi tutti più grandi di lei e sicuramente molto più giovincelli… ma probabilmente molto meno capaci di attirare gli sguardi e la simpatia: non è l’età quella che conta ma lo spirito, vero?  Per fortuna oggi niente scale di mare o bastardi, solo una grandissima macchia di olio in mare e tanti nuvoloni in cielo.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.9 – Letojanni e Miss Harriet Brown

 

Dopo il freddo, la pioggia e la neve dei due ultimi giorni, aprire gli occhi la mattina e vedere finalmente un po’ di luce e soprattutto respirare l’odore del mare – seppur quello d’inverno – è stato rinfrancante. Il nostro amico Vittorio ci ha permesso di dormire nella sua casa di Letojanni, la bellissima località di villeggiatura che dista da Taormina solo 5 chilometri, in direzione Messina.

Ora è tranquilla e deserta, ma qui d’estate i 3.000 abituali residenti vengono letteralmente invasi da una folla di vacanzieri pari ad almeno 7 volte il loro numero. Come Taormina anche le località della costa ionica fino all’inizio del secolo scorso erano semplici villaggi di pescatori, rurali e antichi, poco frequentati e piuttosto isolati. Furono i curiosi stranieri invitati dal pittore Otto Geleng (vedi articolo su Taormina a fare il tam tam in Europa e a far crescere velocemente le quotazioni di tutto il circondario.

Ma mentre Taormina è arroccata e, seppur incantevole, un po’ scomoda per “prendere i bagni” come si soleva dire un tempo, Giardini Naxos, verso sud e Letojanni, verso nord, sono proprio sul litorale e hanno il mare a un metro: in pochi secondi si è in spiaggia. Il luogo deve aver fatto effetto in passato anche alla star più algida del firmamento hollywoodiano, che per trent’anni venne in villeggiatura – sebbene a modo suo – da queste parti ma sotto mentite spoglie. Si faceva chiamare da tutti Harriet Brown, e se anche qualcuno sospettava qualcosa, di certo non lo sbandierava in giro, rispettando le severe regole che i divi di un tempo imponevano senza pietà.

Di solito la signorina in questione veniva ospitata nella villa di un personaggio stravagante che invece tutti conoscevano: si chiamava Gayelord Hauser, in assoluto uno dei primi dietologi famosi al mondo. Nato a Tubinga, nel 1911 era arrivato sedicenne ad Ellis Island assieme ad altre migliaia di europei, e negli Stati Uniti aveva fatto fortuna: si era arricchito occupandosi della linea delle attrici più in voga, sia in Europa che in America, tenendole a stecchetto imponendo loro diete severe a base di ortaggi. Fu uno dei primi a bandire dall’alimentazione soprattutto lo zucchero e le farine bianche, inserendo invece abbondanti quantitativi di verdura e frutta: i benefici li aveva provati su se stesso, guarendo da una brutta tubercolosi ossea proprio nutrendosi in modo adeguato.

Ma tornando alla nostra misteriosa signorina, forse avrete capito che si trattava di Greta Garbo, anche se non sappiamo per certo se tra lei e il dietologo – che oltretutto era omosessuale – ci fosse solo un’amicizia o qualcosa di diverso. Lei non frequentava il salotto affollatissimo di bel mondo di Gayelord, non le piaceva il mare e non le piaceva il sole: stava sempre per i fatti suoi e quando girava per il paese lo faceva stranamente abbigliata e con dei vistosi occhiali da sole. Inutile voler capire… l’impenetrabilità è una gran brutta bestia!

Mariagrazia Innecco

gaylord.hauser

Tappa n.8 – Taormina. Considerazioni di Alessandro

Taormina è viva.taormina

Taormina è arrivata in serata, finalmente. Sotto una pioggia incessante, abbiamo attraversato la lunga salita che ci ha portati nel centro storico di questo bellissimo paese. A Taormina non sembra più di essere in Sicilia. C’è una cura maniacale delle strade, dei vicoli e delle piazze. La chiusura al traffico delle macchine in centro funziona perfettamente. Appena siamo entrati con la 500, subito una volante dei vigili urbani è piombata quasi addosso a noi. Avevamo l’autorizzazione concessa dal Comune il giorno prima, che ci ha permesso di essere scortati fin sotto il palazzo comunale. Qui abbiamo incontrato un assessore vero al turismo, nel senso che si tratta di una persona che da decenni lavora coi turisti veramente nella vita privata, e il segretario generale che parla di lentezza, di genuinità alimentare da tutelare, di arti e mestieri da riprendere perchè non vede altra salvezza per questa regione. Taormina fa 4 milioni di turisti l’anno contro il mezzo milione della Valle dei Templi. E lo capisci dall’energia che ci mettono queste due persone nel sostenerla,  dalla convinzione di un passante locale mentre raccoglie un pezzo di carta dalla strada collocandolo nei cassonetti. Taormina è bella perchè è pulita, perchè non vedi mai in centro qualcosa di decadente o abbandonato. Tutto è vivo. Lo senti nell’aria, e nessuno vuole ucciderlo.

Alessandro Ciulla

Tappa n.8 – Taormina la Diva

Esistono luoghi in Italia che solo a nominarli evocano emozioni che hanno radici lontane e profonde, che valicano i confini e arrivano in tutto il mondo: uno di questi è certamente Taormina. La sua fama non conosce frontiere fin dai tempi antichi, quando Siculi, Romani, Greci, Bizantini, Saraceni la elessero a residenza ideale per i loro ozi. Il clima, il panorama, la natura, l’hanno resa da tempo immemore meta ideale del jet-set più esigente, di intellettuali come di artisti, che vi hanno soggiornato con grande piacere.

Ma fin qui nulla di nuovo. Un po’ meno risaputo è che il merito della più recente “ondata” di affezionati frequentatori va ad un personaggio il cui nome non è affatto noto, almeno al di fuori di Taormina. Vip a Taormina ne sono passati a decine, e faremmo molto prima a nominare quelli che non ci hanno mai messo piede, ma mi piacerebbe tanto sapere se qualcuno conosce il sig. Otto – o Ottone – Geleng. Inultile sperare di incontrarlo oggi perchè è trapassato da quasi un secolo, dopo aver vissuto fino a 96 anni.

Ma vediamo di raccontare la sua storia, seppur in modo sintetico. Berlinese, rampollo di una numerosa e ricca famiglia di industriali, discreto pittore, lettore di Goethe, intraprese a vent’anni quello che nell’Ottocento veniva chiamato il Gran Tour d’Italia, ripercorrendo molte delle tappe indicate da Goethe nel suo celebre libro Viaggio in Italia. La pagina dedicata a Taormina aveva già catturato la fantasia di Otto, ma quando vi giunse realmente non riuscì mai più a ripartire. Quello che vedete qui sotto è uno dei suoi primi dipinti…. e non è una cartolina, anche se potrebbe sembrarlo.

 

Ottone Geleng - l'Etna visto da Taormina

 

Forse noi italiani siamo abituati a vedere ovunque panorami mozzafiato: e così un vulcano incappucciato di bianco, i mandorli in fiore, il mare blu, la costa frastagliata che si intravvede attraverso i resti della storia, le teorie di fichi d’India e il tepore primaverile non sono cosa strana….. Ma provate ad immedesimarvi in un abitante della rigida Germania e vedrete tutto in un modo diverso.

I suoi quadri arrivarono in fretta a Parigi, ma nessuno credeva che quel che vi era raffigurato esistesse davvero. Dopo poco dal nord dell’Europa cominciarono ad arrivare i primi curiosi increduli viaggiatori, invitati dal giovane pittore – che nel frattempo si era pure accasato bene – perchè vedessero la meraviglia con i loro occhi. Correva l’anno 1863 e a Taormina non si era ancora nemmeno affacciata l’idea di albergo. Gli ospiti arrivavano sempre più numerosi perchè anche allora imitarsi era di moda. Ed ecco il colpo di genio: Otto riuscì, seppure a fatica, a convincere il proprietario di una villa meravigliosa  a tenere a disposizione alcune camere  per gli stranieri in visita, e a scrivere sulla facciata il nome Hotel Timeo, in omaggio al figlio del mitologico fondatore di Taormina.

Un’intuizione fortunata e duratura perchè il più bell’hotel di Taormina continua ad essere proprio il Timeo, situato com’è sul promontorio con alle spalle il Teatro greco e davanti la baia di Naxos, con la bella Giardini Naxos, anch’essa frequentatissima. Otto Geleng continuerà a dipingere e vivrà a Taormina fino alla fine dei suoi lunghi 96 anni, divenendo anche pro-sindaco della città.

 

 

Grazie all’efficienza del caro amico Vittorio Lo Presti che risiede – uomo fortunato – a Taormina, abbiamo potuto arrivare fin dove i veicoli normalmente sono banditi : la Capperina è stata scortata da una pattuglia di Vigili fino al Comune, dove è stata accolta come una principessina dall’Assessore al Turismo, lasciandosi fotografare come una diva d’altri tempi!

Mariagrazia Innecco

Tappa n.7 – Le veline di Paternò (e non solo)

Veline… veline …mmmm …fino a qualche anno fa non erano mica le signorine di bell’aspetto e di belle ambizioni che le tv d’intrattenimento leggero di oggi hanno assurto a ruolo sociale invidiatissimo e gettonato.  No no. Velina era quella cartina leggera leggera di solito bianca, ma poi di tutti i colori, che veniva usata non tanto per incartare i regali, ma per proteggere le cose preziose prima di riporle o avvolgerle in un’altra carta per rendere ancora più importante il dono. Argento, cachemire, capi di abbigliamento di alta marca, bottiglie rare… e… arance. Anche altri agrumi, per carità, ma soprattutto le nostre tonde o ovali regine arancioni.

Era una goduria per me, quando alla fine della cena, un allora giovanissimo zio mi faceva divertire spianando con cura il fazzoletto di carta seta – detto anche scacchetto – che aveva avvolto l’arancia (e che mangiavo solo grazie alla promessa del “razzo”). Spianava ogni piccola rughina della carta sottile, intanto che io facevo smorfie ma zitta mi ingollavo uno spicchio dietro l’altro, fino a che iniziava la manovra dell’arrotolamento. Se io accelleravo, lo faceva anche lui. Mentre ancora avevo in bocca l’ultimo boccone ecco che posava su un piattino il cilindro colorato e gli dava fuoco. Cosa di un attimo, ma indimenticabile: quando il fuoco raggiungeva la base, quel che rimaneva della carta , ormai tutta annerita, prendeva il volo e schizzava verso l’alto, librandosi per qualche secondo. Poi bisognava essere bravi a rincorrerla con il piattino, perchè se non la beccavi e cadeva per terra la nonna sgridava tutti e due. Più o meno andava come nel filmato qui sotto.

 

 

Io ultimamente di cartine, veline,  scacchetti  non ne vedo più nemmeno quando vado a comprare la frutta al mercato, ma forse non sono stata abbastanza attenta. In compenso, mentre navigavo alla ricerca di curiosità per questo post, ho fatto una scoperta bellissima. A Parma abita Romana Gardani, una signora che da quando era bambina gli incarti delle arance li metteva da parte, anzichè farci i razzi. Chissà cosa le piaceva di preciso – fa fatica persino lei a ricordarlo – fatto sta che ha continuato a metterli da parte, anche se li teneva maluccio e qualche volta la mamma, stanca di vederli in giro,   gliene buttava via un bel po’ (si sa che in genere le mamme rompono i cabasisi per l’ordine).

Quando si è sposata ha messo le veline in una scatola e le ha portate con sè. Dovremmo parlare con il marito, ma probabilmente Romana gli avrà fatto firmare una dichiarazione di eterna tolleranza e quindi non dirà quello che pensa…. Oggi la scatola non basterebbe più: ci vogliono i raccoglitori ad anelli per tenere in ordine alfabetico il tesoro. Alessandro e Edite passeranno per Parma il 7 febbraio e andranno a fotografare la parete che ospita i 270 raccoglitori e le 24.000 cartine, così potremo renderci conto anche noi non solo dello spazio che occupano, ma anche della bellezza di una simile collezione.

E magari prima o poi troveremo il modo di esporla in Sicilia!

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n. 6 – Paternò, tarocchi a profusione

L’Etna ci ha fatto lo scherzetto. E’ diventato bellissimo, tutto innevato e vestito da sposa, ma ci ha tenuto alla larga. Il programma era di salire a Bronte – 720 metri – gironzolare un po’ a caccia di cose belle e buone e poi andare a pranzo a Ragalna – 830 metri – da un amico carissimo. Non è che volessimo andare in pizzo all’Etna, quindi. Volevamo solo girargli torno torno e lambire con delicatezza le sue pendici, ammirandolo da più parti e fotografandolo a più non posso. Macchè. Ghiaccio sulle strade, temperature da Polo Nord e nuvole a creare una barriera impenetrabile anche solo alla vista.

La soluzione logica è stata che l’amico scendesse a valle e che ci incontrassimo nella sua abitazione di Paternò. Il nostro viaggio è bello anche per questo: nulla di ciò che capita è considerato un inconveniente – si tratta sempre di una nuova opportunità non ancora presa in considerazione.

Ai 300 metri sul livello del mare di Paternò il ghiaccio in effetti non lo abbiamo trovato e ci siamo invece goduti la convivialità aperta e gioviale di Carmelo Franceschino che come un fiume in piena ci ha parlato di mille cose, ma soprattutto dell’orgoglio di questa zona: le arance. A sprazzi è uscito anche il rammarico per quello che c’era e non c’è più, ma che magari in futuro potrà anche tornare, chissà….

Ma andiamo per ordine. Quello che vedete qui sotto è un cesto di Arance Rosse di Sicilia (IGP). Chi non le conosce? E’ da quando siamo bambini che ce le mostrano e ce le fanno mangiare dicendoci che sarà merito loro se non avremo raffreddori d’inverno, perchè contengono tanta vitamina C.

ARANCE ROSSE

Si chiamano Tarocco, Moro, Sanguinello.  Lo so che ho la mania di capire cosa significano i nomi, ma è più forte di me… Mi lascio portare a spasso nella storia dai nomi, più che dalle date. Tarocco ad esempio mi porta al gioco dei Tarocchi, prima di tutto, e poi al modo di dire che indica la contraffazione. Il linguaggio è più intelligente di noi singoli, e viaggia anche molto più veloce, oltre ad andare lontano trasportato dal vento.  Lo studio sul perchè di questo appellativo però lo rimandiamo, perchè l’argomento è molto più complesso di quanto non possa sembrare a prima vista e non mi voglio arenare: ma prometto che ci torneremo sopra presto.

Intanto vi racconto perchè le Arance Rosse di Sicilia, specie quelle che crescono attorno al vulcano, hanno la polpa rossa, molto più rossa di tutte le altre. Il merito è tutto delle antocianine. Tranquilli: non le conoscete per nome ma le incontrate tutti i giorni e ne avete anche in casa. Non sono altro che i pigmenti, quelli che danno il colore alla frutta e alla verdura che ci mangiamo. Quelli che noi uomini, dalla notte dei tempi, cerchiamo di imitare, catturare, riprodurre, estrarre per tingere i tessuti o per dipingere. Nelle epoche in cui i negozi specializzati non esistevano, i pittori e i tintori erano alchimisti, erboristi e chimici. I loro garzoni pestavano e trituravano pietre,  spremevano frutti e bollivano verdure per estrarne i colori. Ora questi magheggi li fanno nei laboratori e noi comuni mortali non ne siamo più capaci. Ma la natura non ha mai smesso, imperterrita e determinata, adattandosi solo ai cambiamenti che l’evoluzione le ha imposto. E lo fa a tutte le latitudini, in qualsiasi punto della Terra.

Ma alle pendici dell’Etna succede una cosa un po’ diversa che altrove. Nel periodo in cui l’arancia giunge a maturazione, cioè verso la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, il clima si asciuga e l’escursione termica tra il giorno e la notte aumenta notevolmente. La nostra povera arancia si stressa e cerca di difendersi. Ha freddo e poi caldo  due volte nelle 24 ore. Questo fa la differenza: cresce la vitamina C,  e aumentano anche le antocianine, che ci danno dentro con il colore rosso, regalandoci una meraviglia e una bontà che forse non ci meritiamo proprio, visto che a volte comperiamo senza nemmeno rendercene conto quelle che provengono da altre nazioni, costringendo i produttori siciliani a mandarne al macero tonnellate e tonnellate.

Mariagrazia Innecco