Tappa n.36 -Troia, tentazioni irresistibili.

Questa è la storia di Raffaele. Dopo aver vissuto per tanto tempo nella bottega del padre, un macellaio macellatore di Troia, in provincia di Foggia, arriva la voglia di evadere. Frequenta l’università fuori, a Piacenza. Va per un anno negli Stati Uniti, poi un altro anno in Spagna. Un master a Cremona. Si specializza nel settore agroalimentare. Studia negli Stati Uniti tutta la suinicultura statunitense. Fa la stessa cosa in Spagna. Poi, una grossa esperienza di lavoro al salumificio Negroni di Modena. Il suo progetto e’ rimanere lì. E’ ben sistemato, con un contratto a tempo indeterminato e un ruolo di responsabile commerciale. Un giorno, però, sente molto forte il richiamo della terra nella quale è nato. “Qui mi sento ospite.Ho bisogno di tornare giù, a casa mia” sono state le sue parole.

Tre anni fa, allora, nasce il progetto. Crea un salumificio con il suo marchio: Giannelli. Toglie tutto ciò che è chimica dai suoi salumi. Recupera antichissime ricette italiane del 1900. Inserisce, ad esempio, il miele nelle salsicce, cosa che oggi nessuno fa, perchè è difficilissimo farlo. Lui stesso ha buttato tanta merce proprio perchè ci teneva a recuperare questa vecchia ricetta. Alla fine, però, proprio questa ricetta gli permette di vincere per due anni di fila, a Parma, un premio come miglior salame pugliese. Si vanta della sua politica estremista di naturalità e genuinità del prodotto. Acquista soltanto da aziende agricole di piccole dimensioni con 15/20 capi e di cui conosce direttamente l’allevatore. “Quasi ogni capo è come un figlio” dice con emozione. La filiera dei suoi prodotti è cortissima. Viene fatto tutto nel rispetto del chilometro zero, anche la macellazione. L’animale, quindi, non ha stress, e questo deve essere una prerogativa tassativa per non usare i conservanti. “Questa è la pecca dell’industria” ti dice con convinzione. L’industria abbassa il prezzo fino all’estremo e causa danni alla salute riempiendo i salumi di conservanti o altre porcherie come antiossidanti o fibre alimentari, per fare un prodotto che esca al supermercato ad un prezzo molto conveniente.

Sono figlio di questo padre qui” conclude Raffaele, mentre guarda il papà con un dolce sorriso.

raffaele di Troja2

Alessandro Ciulla

Tappa n.36 – Troia e i suoi figli.

Da  non confondere con la sua omonima siciliana, la cui pronuncia è però diversa, perchè l’accento cade sulla “i”, la Troia di Puglia è una località che riserva molte piacevoli sorprese: cominciamo con la prima, racchiusa nell’esilarante filmato che ha come protagonisti Alessandro (il ciulla) e Nicola (il barista).

L’altra sorpresa è la Concattedrale Medievale della Beata Vergine Assunta in Cielo. Sarà anche meno importante della Cattedrale principale della Diocesi, che si trova nella poco lontana Lucera, ma sicuramente è un piccolo gioiello di rara bellezza: a qualsiasi ora e con qualsiasi luce risplende nella sua bianca livrea, con il suo asimmetrico rosone che sembra realizzato di merletto e il suo portale bronzeo decorato. Risalta splendida e serena da quasi un millennio, resistendo al passare del tempo e ai frequenti terremoti che hanno provato a minarla.

Veramente ricca di suggestioni questa piccola cittadina, giustamente considerata il fulcro spirituale dei Monti Dauni, grazie alle sue viste mozzafiato e alle sue architetture di pregio. Forse ogni emozione è stata amplificata dalla presenza di un gruppo di ragazzi che hanno le carte in regola per divenire ogni giorno di più, le vere anime di questo luogo. Elisabetta, Chiara, Mariagrazia e Enzo hanno dato vita ad una realtà che si chiama “Svegliarsi nei borghi” che non si occupa solo di ospitare i visitatori nelle varie e graziose strutture diffuse che gestisce: con l’entusiasmo e l’energia che solo i giovani sanno avere quando sono davvero convinti di quel che fanno, hanno dato via ad un’oganizzazione a tutto tondo sul territorio. Ti prendono per mano e ti accompagnano a vedere la loro Puglia dei dintorni, ad assaggiare le cose buone che vengono prodotte qui vicino, a conoscere le persone che stimano, facendo di tutto per farti stare bene e per trasferirti le loro motivazioni. Coinvolgenti e sorridenti, protesi e fiduciosi, amici, per sempre, del Giro del Cappero!

Mariagrazia Innecco

Tappa n.35 – Barletta, o dell’orgoglio.

Andria, Trani e Barletta da qualche anno fanno provincia assieme. Mi domando chi scelga le sigle delle nuove provincie e che criteri usi esattamente, perchè arrivare a sintetizzare l’acronimo BAT per questa zona è quantomeno bizzarro, oltre che un po’ fumettistico, mi sembra.

Pur perplessa, devo dichiararmi grata all’anonimo bat-tezzatore, perchè mi sta inconsapevolmente dando la possibilità di rendere omaggio al mio beniamino Leonardo da Vinci che tanto ha mutuato dai “bats” – oltre che da altri animali volanti – per effettuare i suoi studi sull’aerodinamica.

Ad Andria il Giro del Cappero non è transitato, mentre Barletta è stata oggetto di una  sosta, che, per quanto breve, mi sta permettendo di narrare l’episodio storico che l’ha resa famosa. Già dai tempi di Federico II questa era una delle località dove si radunavano i Crociati diretti in Terrasanta: arrivavano sia via mare che via terra e si acquartieravano all’interno dell’imponenente castello normanno. Tre secoli dopo, durante la dominazione spagnola, nella cantina del palazzo del Capitano Don Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco, successe un fattaccio.  Strani tempi, quelli:  gli spagnoli durante un’azione militare nell’entroterra, avevano fatto prigionieri alcuni soldati francesi capitanati dal segaligno e discretamente odioso Charles De Torgues – detto Monsieur De La Motte. Invece di metterli al sicuro nelle segrete, come normalmente si dovrebbe fare con i nemici, li invitarono a cena la sera stessa nella taverna del governatore. Cibo, birra, vino e animi infiammati fecero volare parole grosse e offese pesanti all’indirizzo degli italiani presenti alla cena, accusati dai prigionieri/ospiti di essere dei codardi. Cavalieri codardi? Ohibò, non sia mai! Ce n’era abbastanza per dichiararsi oltraggiati e lanciare, come usava al tempo, una disfida, cioè un duello all’ultimo sangue, ma non tra due rappresentanti simbolici, bensì tra l’intero drappello di offesi e altrettanti francesi, 13 per parte, per la precisione, che si sarebbe svolto di lì a poco,  il 13 febbraio del 1503.

campo della disfida

Nella foto di Gino Vitrani, della Proloco di Barletta, vediamo una ricostruzione di quello che poteva essere il campo di sfida, con le squadre degli italiani, gli Offesi, capitanati da Ettore  Fieramosca a fronteggiare quella dei francesi, gli Oltraggiatori, capitanata da Monsieur De La Motte, e tutt’attorno tifosi inneggianti. Uno alla volta i francesi furono sbaragliati, subendo una sconfitta totale e dando ai coraggiosi soldati italiani la giusta ricompensa in onore.

Da ormai più di mezzo millennio la cittadina, a febbraio, rievoca la Disfida, protagonista nei secoli di opere liriche, letterarie, pittoriche a non finire e che oggi oltre che sul campo di “battaglia” viene riproposta in ambito culturale: 13 poeti italiani ne sfidano altrettanti francesi: il giudice indiscusso di questa incruenta singolar tenzone è il pubblico che partecipa sempre con molto entusiasmo decretando sportivamente il migliore.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.34 – Trani, perla adriatica

Qualche anno fa ho avuto modo di vedere con i miei occhi cosa succede da queste parti,  d’estate, al calare del sole: la giovane amica di cui ero ospite mi aveva proposto una sabato sera a Trani, per farmi vivere l’incanto della Cattedrale illuminata e del lungomare affollato. Con una tranquillità olimpica si era preparata, cambiando due o tre volte outfit, continuando a chiacchierare con me e le sue sorelle, girando per casa un po’ truccata e un po’ no, felice e ciarliera, senza nemmeno un’ombra di fretta, con la sottoscritta pronta da più di un’ora, ma serena e divertita. Non sapevo ancora che quello casalingo non era che il prodromo soft del girone semi-infernale che mi attendeva: con la stessa calma (più loro che mia, a quel punto) ci eravamo finalmente messe in auto e per una trentina di chilometri tutto era andato bene. L’incredibile si era manifestato prima dell’abitato di Trani. Dico solo che per raggiungere il punto dell’appuntamento con il gruppo di amici che ci aspettavano in centro ci saranno volute circa due ore, durante le quali nessuno, ma proprio nessuno dei miei compagni di viaggio, aveva dato segno di nervosismo. Anzi, spesso durante le numerose soste era capitato che i guidatori nei due sensi di marcia, già con i finestrini abbassati per il caldo torrido, si salutassero scambiandosi convenevoli vari, per nulla preoccupati del passare del tempo, nè tantomeno che l’ora dell’incontro con gli amici fosse passata da secoli.

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Non mi ricordo come, perchè l’ho proprio rimosso,  ma ad un certo punto eravamo riusciti miracolosamente ad arrivare,  a parcheggiare e a spostarci nella zona del porto. Mi avevano portato nel punto più bello, da dove si vede la meraviglia di questo paese che merita qualsiasi sacrificio e attesa: illuminato sapientemente, tranquillo e armonioso, specie se visto un po’ in lontananza, fuori stagione e non di sabato sera!

Qualcuno si ricorderà che Giorgio Gaber, uno dei più milanesi tra i cantautori, negli anni Sessanta aveva composto una canzone molto popolare, intitolata “Trani a gogo“. I più giovani non l’avranno mai sentita, ma credo valga la pena di ascoltarla mentre vi racconto la storia che lega una Milano che non c’è più, e che non va dimenticata, proprio a questa cittadina pugliese.

Siamo a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, in un momento particolare per l’economia europea: i francesi hanno adottato una politica protezionista che blocca l’importazione di merci dall’estero, vini italiani compresi, e questo crea non poche difficoltà anche ai produttori pugliesi, costretti a cercare nuovi mercati per smerciare i loro vini rossi. Sarà proprio Milano a rivelarsi velocemente un’ottima piazza: cominceranno a nascere delle piccole mescita nelle periferie, frequentate soprattutto dagli operai delle fabbriche dei dintorni. “Trani” diventerà il nome sia del locale dove si va a bere, a giocare a boccette e a carte, a ballare, che dei vini stessi: ne nasceranno decine e decine e assieme alle “piole” piemontesi diventeranno luoghi di ritrovo per uomini e donne, oltre che per intrattenitori, cantanti, stornellatori. Tempi andati, purtroppo… Ora trani e piole sono stati soppiantati dai molto meno genuini e divertenti wine bar, uguali a tutte le latitudini, fintamente raffinati, troppo puliti e profumati.E’ un vero peccato non poter più sentire la  “puzza” del vino impregnato nei tavoli di legno: sparita per sempre e forse oggi poco gradita ai nostri nasini schizzinosi.

L’amica Paola Copertino mi ha segnalato dieci minuti fa altri fantastici collegamenti di Trani anche con Venezia e Roma…. prometto che ne scriverò prestissimo!

Mariagrazia Innecco

Tappa n.33 – Molfetta, mare profumo di mare!

Troppo divertente indagare sulla città successiva dopo aver appena “studiato” e descritto la precedente: se ne scoprono sempre delle belle. Ed ecco capire che tra  Molfetta e Altamura la contesa non è basata sul Pane, bensì sul Pulo, visto che  anche qui ce n’è uno di tutto rispetto, anche se molto più piccolo e meno profondo, ma che ai tempi dei Borboni era adibito a “nitreria” e cioè a fabbrica per la lavorazione del salnitro, l’elemento base della povere da sparo che si trovava in abbondanza in queste cavità.  Cosa sia il Pulo non ve lo sto a raccontar di nuovo (sta tutto scritto nella tappa n.31) , perchè il rischio che mi ci buttiate dentro senza tanti complimenti è forte; vi mostro invece questo filmato, perchè trovo sia davvero esilarante! Alessandro lo ha intitolato “Ad Altamura viveva Ciccillo o Ciccineddu?” ed ha come protagonista la nostra simpatica Maria Bruno che risaluto con affetto.

 

Da buon uomo di mare Alessandro, quando non vede l’acqua per un po’, tende a cambiare umore, ad intristirsi e a diventare nirbuso, quindi niente di meglio, dopo 3 giorni di entroterra che spostarsi verso la costa e respirare l’aria salmastra e adriatica di Molfetta. La trentaduesima è stata una tappa particolare: inzialmente non ci dovevano essere amici ad attendere la Capperina, e per una sera Alessandro e Edite sarebbero stati da soli e liberi di esplorare la località a loro piacimento. Invece, in modo del tutto inaspettato seppur graditissimo, sono stati raggiunti dalla giornalista Paola Copertino e da un drappello di cinquecentisti del 500 Fiat Club di Bari, capitanati dal loro Fiduciario Mimmo Facchini.

molfetta paola copertino

Ed ecco aprirsi la possibilità di parlare con loro di mille cose, dal colore delle imposte (persiane – scuri … o come li chiamate dalle vostre parti) che qui sono quasi tutte dello stesso verde, che è diventato un segno distintivo locale, delle bellezze architettoniche, dei tanti succulenti piatti tipici tra cui il paricolarissimo “favetta e cicoria“, senza dimenticare le specialità a base di pesce, sempre fresco perche pescato e consegnato al mercato del porto ogni mattina. La ripresa fatta la mattina dopo, prima della partenza verso Trani, ha avuto un mare di visualizzazioni e di condivisioni: il filmato parla da solo, anzi grida da solo…. e se prestate un po’ di attenzione vi arriverà anche il profumo del pescato fresco, che fa sempre bene al cuore. Aggigheeeeeee…

Mariagrazia Innecco

 

 

 

 

 

 

 

 

Tappa n.32 – Altamura, pane e doline

Tra Matera e Altamura ci sono 20 chilometri di distanza. Si passa in un’altra regione, è vero, ma la separazione è solo amministrativa ed artificiale. Non so se gli abitanti delle due località si sentono molto affini, ma decisamente il territorio lo è. Ad unire la Basilicata alla Puglia è, paradossalmente, una frattura, un taglio profondo, un vero e proprio canyon, in alcuni punti profondo anche 100 metri e largo 200, che si è formato nel Giurassico Superiore (una cosa tipo 150 milioni di anni fa…) quando queste terre calcaree emersero dalle acque e si fratturarono. Tutta la zona appartiene al Parco Nazionale della Murgia –  chiamata “Materana” in Basilicata e “Alta” in Puglia – ed è attraversata dalla lunghissima gravina carsica cosparsa di cavità, grotte, caverne e di…. inghiottitoi,  veri e propri tombini naturali dentro ai quali, nel caso di piogge torrenziali, scende a precipizio l’acqua in eccesso. Un vero paradiso per gli speleologi, un po’ meno per i gitanti occasionali, che è il caso prestino le dovute attenzioni al terreno accidentato e insidioso.  Pare che per avere un’idea di come sia particolare la morfologia di questa zona non si possa saltare una visita al “Pulo” locale, una depressione carsica, a forma romboidale, di 550 mt di perimetro e circa 100 mt di profondità. “Non puoi non vedere il Pulo,  ci hanno detto”. Ora se ascolti per la prima volta la parola Pulo, pronunciata velocemente, lo associ a qualcosa di molto familiare, quasi intimo (anzi, senza il quasi). Se poi, quando chiedi di ripetere la parola, ti viene risposto che si tratta di una cavità… carsica, non puoi non chiedere di visitarla” (Alessandro scripsit)

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E ora guardate bene queste due foto.

Non sembra esserci molta differenza tra l’immagine  dell’inghiottitoio che si è formato tra le pietre e quella del pane frastagliato e rugoso.  Il pane è l’altro elemento di unione/divisione tra le due città: decisamente ottimo in entrambe perché cotto in forni antichi, con procedimenti tradizionali e rigorosi, usando solo farine di grano duro, lievito madre, sale e acqua, tanto che è impossibile dire quale sia il più buono, perchè sono i metodi tradizionali di lavorazione comuni a tutto il murgese a renderlo eccellente oltre che bellissimo.  Ad Altamura però ci sono altri prodotti da forno molto particolari: la focaccia senza olio, che si cuoce direttamente sulla pietra (di cui Vito ci parla nel filmato) e, non ci crederete mai, di nuovo le tette delle monache, ma non quelle cosentine o materane, proprio quelle indigene!!! E siamo a tre.

 

La giovane giornalista Maria Bruno, nota in città e nei dintorni per le sue Interviste Informali, è stata la guida perfetta per accompagnare a spasso per Altamura Alessandro e Edite: per un’intera mattinata ha raccontato senza sosta curiosità e storia del luogo, è salita a bordo della Capperina, ha coinvolto i suoi amici di RadioAltamurauno che ci hanno intervistato più volte durante il percorso, dichiarando di aver provato una simpatia immensa per il Giro del Cappero e tutti i suoi protagonisti. Grazie Altamura, grazie Maria: ci rivedremo prestissimo.

Martiagrazia Innecco

Tappa n.31 – Matera: Annunziata, Antonio, Donatella, Raffaele…

Arrivare in una città mai visitata, ma molto famosa e ricca di spunti, crea un’emozione fin dal primo istante. Con Matera la suggestione inizia ancora prima di vederla in lontananza, perchè tutto nei suoi dintorni è diverso. Da qualsiasi punto si arrivi il panorama lascia senza fiato per la sua nitidezza e quasi assoluta assenza di tracce umane, di quelle fastidiose intendo, tipo cartelloni pubblicitari o brutte costruzioni da periferia. Solo campi, curati, arati e di colore diverso a seconda della stagione. E nuvole. 4 volte ci sono arrivata e tutte e 4 il cielo azzurro era abbellito da ciuffi bianchi appoggiati con delicatezza qua e là. Questa foto l’ha scattata Barbara, mia figlia, che dice che ancora se lo sogna il cielo di Basilicata.

barbaradepasqual matera

Poi, quando ormai pensi di essere finito sulla luna e ti sei dimenticato di essere un terrestre, ecco apparire in lontananza Lei. Bella da qualsiasi angolazione, armoniosa e unica al mondo.

Anch’io, come poi è successo con Alessandro e Edite, ho avuto la fortuna di fare il primo giro a Matera in compagnia di Annunziata e Antonio, materana lei, e di antico lignaggio, cosentino lui, ma adottato da lustri dalla città. Passeggiare tra i Sassi e ascoltare i loro racconti è molto piacevole, perchè ne sanno milleeuna, non ti annoiano mai, e sono estremamente rilassanti. E’ molto rilassante anche sapere che questa non sarà una tappa mordi e fuggi: non era possibile portare i nostri sposini fino a qui e non dare loro la possibilità di godere per almeno due giorni di questa atmosfera magica.

Grazie alla perfetta organizzazione della dottoressa Donatella Acito – Direttrice di Casa Noha, sito del Fai e della presenza costante per un’intera giornata di Raffaele Lamacchia, guida ufficiale e gettonatissima perchè capace di organizzare gite indimenticabili, oltre che in città anche nei dintorni, i nostri viaggiatori del Cappero hanno avuto la possibilità di “assaggiare” l’essenza di questo territorio.

matera con raffaele la macchia

Sono stati accompagnati oltre che a visitare il Sasso Caveoso e una casa grotta tipica, anche nel Parco della Murgia Materana,  dove hanno degustatato i famosi formaggi locali prodotti con il latte delle mucche Podoliche, e gli olii regionali…. (guardate il video)

Raffaele ha fatto loro una piccola lezione di assaggio dell’olio del suo territorio. Semplice, didattico e gioviale sino ad essere involontariamente comico nella fase dello “strippaggio“. Al tour hanno partecipato pure due ragazzi francesi, presenti a Matera per un Progetto Erasmus Giovani Imprenditori, incuriositi ed attenti. Un grazie anche a Franco Martina, giornalista attento conoscitore del territorio e autore di un libro di ricette locali, alcune delle quali anche a base di capperi, entrato dritto dritto nella collezione di libri di cucina di Edite!

Tappa n.31 – Matera, bontà.

 

 

A Matera, mentre camminiamo, decidiamo di entrare in un panificio. Vediamo un pane dalla strana forma e il proprietario, Massimo, ci fa subito entrare nel laboratorio posto nel retro. In un forno del 1947, costruito da suo nonno, e grande quasi cinque metri di diametro, fanno da una vita il pane alto.Il forno è alimentato con legna di quercia, che contribuisce col suo odore al profumo del pane.

 

Vi ricordate quando nella tappa n. 22 vi parlavo della Varchiglia, e dicevo che avremmo riparlato di monache e di dolcezze a loro legate? Eccoci qui a Matera ad assaggiare (e commentare) una Tetta, specialità monegasca locale.

Alessandro Ciulla

 

 

Tappa n. 31 – Matera, gli inizi del mondo

matera

A Matera deve andare il mondo. Si trova in Basilicata, ma a scuola non ti dicono cos’è. Ci devi andare per capirlo. Appena arrivi, scopri che sino agli anni cinquanta del secolo scorso, la gente viveva solamente in due quartieri scavati nella pietra: Sasso Baresano e Sasso Caveoso. I ricchi stavano nella Civita sopra i Sassi, i poveri nella parte bassa. Qui si è sviluppata una vera e propria capitale del mondo contadino, soffocata dalla miseria, dal sudiciume e dal degrado fisico più totali sino al periodo che ho indicato sopra, quando l’Italia si è accorta attraverso un libro (il “Cristo si è fermato ad Eboli” di Levi) che esisteva un mondo fermo all’età paleolitica. La popolazione, allora, venne costretta dallo Stato a trasferirsi da questo Inferno in altre zone, spopolando i Sassi completamente. Ma lì è rimasta questa dolente bellezza, tipica dei semplici che mancano quasi di tutto. E questo sentimento, che si respira intatto ancora oggi, è diventato un valore, che prima o poi doveva essere riconosciuto e conservato. I Sassi sono diventati Patrimonio dell’Umanità negli anni novanta e da poco tempo Matera, grazie ad essi, è stata proclamata Capitale Europea della cultura per il 2019. Oggi abbiamo provato un’emozione grandissima. I Sassi sono un viaggio senza ritorno.

Alessandro Ciulla

Foto Edite Lanka

Tappa n.30 – Pisticci, e mille brindisi.

Se me lo permettete il prossimo tratto ve lo farò percorrere in modo insolito: se ve la sentite salirete a bordo di un piccolo Piper L21B dell’Esercito Italiano. Sarete i passeggeri perchè ai comandi ci sarà un pilota esperto, con migliaia di ore di volo sulle spalle, sereno e rassicurante anche se un po’ temerario, come devono essere tutti coloro che amano stare a bordo delle macchine volanti. Indosserete un casco speciale, dotato di microfono, perchè altrimenti il rumore assordante del motore non vi permetterebbe di scambiare nemmeno una parola. Dovrete guardare il panorama lateralmente, perchè su questo piccolo aereo si sta seduti uno dietro l’altro, viste le ridotte dimensioni dell’abitacolo.

La destinazione del volo è l’Aviosuperficie Enrico Mattei di Pisticci, fatta costruire negli anni Sessanta dall’allora Capo dell’ENI per poter raggiungere con facilità le zone petrolifere lucane. Oltre dall’Ing. Mattei la striscia è utilizzata dall’Esercito Italiano che la usa come scalo per i Raid aerei che una volta ogni sei mesi devono compiere i suoi piloti per addestramento. Quello a cui stiamo virtualmente partecipando è partito dall’Aeroporto di Trento e coinvolge uno stormo di 3 Piper. I Piloti sono sei giovani capitani dell’Aviazione Leggera dell’Esercito: uno di loro è mio padre. Pisticci e quello che accadde quella lontana sera del 1961 gli resterà per sempre nel cuore. Poco distante dall’Aviosuperficie c’era (e c’è ancora) la Distilleria dei Fratelli Vena. Due automobili stavano attendendo i 6 protagonisti del Raid, li prelevarono e li portarono prima a visitare lo stabilimento e poi i fratelli Giuseppe e Leonardo Vena offrirono loro una cena indimenticabile, che si concluse con la degustazione del loro prodotto di punta: l’Amaro Lucano.

Sono passati 55 anni da quella sera. Una vita. Eppure il ricordo resta nitido ed indelebile, forse anche perchè rinnovato frequentemente e con costanza: credo di non aver mai cenato con mio padre senza che alla fine chiedesse al cameriere un Amaro Lucano con ghiaccio… ci sono addirittura i ristoranti in cui si reca più frequentemente che hanno cominciato a tenerne sempre a disposizione una bottiglia per il Generale! Bene gli deve aver fatto bene, vista la sua longevità e lucidità…longevità che caratterizza anche l’Azienda, che non perde un colpo dal lontano 1894, senza aver cambiato di una virgola nè l’etichetta, nè tantomeno la ricetta!

 amarolucano innecco