Tappa n.55 – Riccione, e ci sentiamo un po’ a Linosa

Tra Pesaro – che si è rivelata tanto ospitale e piacevole – e Riccione ci sono pochissimi chilometri di litoranea con lo stesso tipo di veduta: sulla destra l’arenile che in questa stagione è a riposo, ma per sei mesi all’anno pullula di ombrelloni e stabilimenti, e sulla sinistra una teoria infinita di costruzioni.

Bello? Forse non del tutto, ma sicuramente utile all’economia di questo territorio che da decenni ha investito tempo e denaro per diventare sinonimo di turismo di massa, fornendo servizi e divertimenti che solo sulla “riviera romagnola” si possono trovare. Chi è abituato alla pace solitaria di una piccola isola quasi impossibile da raggiungere, mal digerisce questi panorami e la confusione che li anima giorno e notte durante tutta la stagione balneare: sono due mondi che difficilmente troveranno punti di incontro e che sono rivolti a destinatari molto diversi.

fondazione cetacea riccione3

C’è però una bella sorpresa ad attendere Edite ed Alessandro sul litorale riccionese inondato di sole e quasi deserto di questo 4 febbraio: un luogo che assomiglia tantissimo a qualcosa che conoscono molto bene e che si trova sia a Linosa che a Lampedusa. Anche qui c’è un super attrezzato centro di protezione per le Caretta Caretta, le grandi tartarughe marine che vivono in tutti i nostri mari e che sempre con più fatica sopravvivono alle insidie in cui si imbattono quotidianamente, che si tratti di plastica che ingoiano, di incontri ravvicinati con ami ed eliche pericolose,  o di batteri e parassiti che le fanno ammalare. Qui come in altri Centri gli animali vengono accolti, curati, operati, ripuliti, e spesso rimessi in mare perfettamente guariti.

La Fondazione Cetacea si trova all’interno del Centro Adria, uno spazio dedicato al mare Adriatico che oltre all’Ospedale per le tartarughe ospita mostre, percorsi fotografici, sale tematiche e laboratori didattici molto seguiti.  Un grazie sentito allo staff del centro, capitanato dal Presidente Sauro Pari e dalla sua Biologa Valeria Angelini per aver accolto il Giro del Cappero e per tutto quello che fanno per la salute delle simpatiche tarte.

Nella foto qui sopra fa capolino anche il Vet(erinario) amico Andrea Dall’Occo che ho avuto il piacere di conoscere l’estate scorsa a Linosa, ma che ha collaborato negli anni scorsi anche con Riccione.

Per chi volesse seguire le avventure della squadra consiglio la pagina fb Fondazione Cetacea, attraverso la quale si possono fare anche eventuali donazioni, visto che tutto si regge su volontariato e share!

Mariagrazia Innecco

Tappa n.54 – Pesaro e il suo Conte

pesaro conte Pinoli1Il 3 Febbraio, giorno del mio compleanno, arriviamo all’Alexander Museum Hotel, a Pesaro, e conosco il proprietario, che ha il mio stesso nome. Sembra un caso, ma nel caso c’è sempre la ragione. Alessandro Nani Marcucci Pinoli di Valfesina è un conte vero. La sua è una delle cento famiglie più antiche d’Italia, dal 929 dopo Cristo. Ha 3 cognomi, un beato nella sua famiglia e, per parte di madre, un Papa (Pio IX). Ha una fede in Dio molto forte, così grande da non avere mai chiesto “grazie” per lui ma sempre per gli altri. Per vent’anni ha accompagnato piccoli gruppi di malati a Lourdes e a Loreto insieme alla moglie. Avere fede, secondo Alessandro Nani, è accettare quello che Dio ti dà. Nel dicembre del 2008 ha avuto la fortuna, come dice lui, di andare in coma per 5/6 minuti e quando si è risvegliato gli è preso un colpo. Si è dispiaciuto da matti perchè durante il coma stava benissimo, immerso in una luce bianca e forte accanto ai suoi genitori e ai suoi nonni. Per esperienza di vita, il valore più importante durante la sua esistenza resta l’amore. Io pensavo, invece, alla risata, che non lo abbandona mai durante la nostra conversazione. “Ma io ho il sorriso perchè ho l’amore” mi risponde ridendo. E’ l’amore che ti fa ridere, e quando uno è innamorato, è allegro. Alessandro Nani è veramente innamorato della vita.

Ha 220 dipendenti e tutte le sue cameriere sono belle, perchè “costano quanto quelle brutte” ci dice e allora meglio averle belle. La donna bella è un capolavoro di Dio, come in cucina la frutta e la verdura, e davanti alle sue parole convinte fai tuo il suo ragionamento senza fatica. Se ascolti la sua vita sembra un film. Ha fatto l’agricoltore, l’ambasciatore a La Paz, il console, il lavapiatti in un albergo londinese, il professore universitario, l’avvocato. Ha scritto 26 libri, pubblicandone 18. Ha investito negli alberghi. E’ partito da uno e ora ne ha sei. E’ scultore, collezionista e fa delle performance. Una l’ha fatta in Svezia contro la guerra. Centinaia di camicie sparse per terra e un pennello con cui le macchiava di sangue, appendendole poi ad un filo sopra il quale aveva scritto “missione di pace“. Voleva parlare di quelle che dicono essere delle missioni di pace. In realtà, per lui, sono momenti in cui si ammazzano un sacco di persone. Ha fatto l’albergo che ci ospita. Un grosso lavoro di quattro anni col coinvolgimento di oltre cento artisti.

pesaro stanza hotel Alexander Museum

Tutti quelli che ci lavorano devono indossare una tuta bianca da lavoro. Sembrano uomini e donne della Spektre. Lui è James Bond, chiaramente. “E poi ho fatto schifo” ti aggiunge scoppiando a ridere. Dietro di lui, la moglie con la quale condivide un percorso di amore lungo 54 anni. Li vedi ridere e farsi le battute come due ragazzini. Che vuoi aggiungere ancora?

Alessandro Ciulla

Tappa n.54 – Pesaro, il futurismo di una signora

Capperi! Mi sto chiedendo che tipo di donna bisogna essere per decidere, praticamente dal nulla, di reagire alla vedovanza e alla necessità di tirare su sei figli maschi aprendo un’attività e investendoci tutti i capitali a disposizione. E non parlo di oggi, ma del 1911Teresa Boni Benelli aveva osservato con attenzione i suoi figlioli e aveva capito che nessuno di loro si sarebbe occupato volentieri dei terreni agricoli della famiglia che si trovavano a Tavullia, la località poco distante da Pesaro, guarda caso luogo di residenza oltre che  sede del fan club del più famoso asso di motociclismo mondiale Valentino Rossi. E’ molto probabile che parte di quei terreni fossero gli stessi su cui oggi sorge il Motor Ranch di Valentino, la pista sterrata di 2,5 km su cui il campione continua a divertirsi e dove vanno ad esercitarsi i migliori centauri del mondo.

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La signora Benelli  fu decisa: vendette senza esitare i terreni e avviò una sorta di opificio per la tornitura dei metalli e per la riparazione di motori di vario genere (in un epoca in cui i motori erano rarissimi) intuendo che i ragazzi si sarebbero presto appassionati a questo nuovo universo. Non la fermarono nè la guerra, nè tantomeno un terremoto che nel 1916 fece crollare l’officina: ne aprì un’altra e l’impresa si rimise in marcia. Doveva essere proprio una fine psicologa questa donna che non temeva nulla e nessuno, proiettata in avanti come poche e capace di intuire che di lì a qualche decennio il mondo sarebbe cambiato proprio grazie alla potenza dei motori applicati alle ruote.

I Fratelli Benelli restarono assieme fino al 1949, costruendo motociclette sempre più sofisticate che il piccolo di casa, Tonino, portò alla vittoria nelle prime gare su pista. I dissapori iniziarono quando Giuseppe, il più grande, cominciò a pensare di costruire anche automobili. Nel 1949 si staccò dai fratelli e fondò con i figli la F.A.M.O.S.A. – Fabbrica Auto Motocicli Officine Strada Adriatica – che però ricevette un veto esplicito e convincente da Mister Vittorio Valletta, che non voleva concorrenti per la sua .F.I.A.T. già ben avviata sul mercato.

Storia diversa quella del corpo originario Benelli: continuò a produrre motociclette ma venne venduto prima alla De Tomaso e poi alla Merloni per essere acquistato nel 2005 dalla cinese Qjanjiang Group, che ha portato nuovi capitali e nuovi mercati all’azienda, mantenendo la produzione a Pesaro.

pesaro benelli

I nostri Alessandro e Edite hanno avuto la gran fortuna di visitare l’Officina Benelli e il suo Museo accompagnati da Paolo Marchinelli – appassionato Vicepresidente della Mototeca storica, da Davide Venturi, Responsabile dell’Unità Operativa Turismo del Comune di Pesaro e dal prezioso Matteo Mattioli.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.54 – Pesaro, e il genio dalle note tartufate

pesaro rossini1Pesaro ama molto il suo Maestro, ne va giustamente orgogliosa, si occupa con devozione del Museo che fu la sua casa e ogni anno ad agosto organizza un Festival che attrae migliaia di appassionati in arrivo da tutto il mondo. D’altronde si comporta come farebbe qualsiasi figlia riconoscente non solo dell’onore di essere appartenuta ad una famiglia insigne, ma anche di averne ereditato l’intero patrimonio, artistico ed economico: Gioacchino Rossini non ebbe figli da nessuna delle sue due mogli, nè da Isabella Colbran, cantante lirica di relativa bravura, che sposò a 23 anni e della quale si annoiò abbastanza in fretta pur rimanendole affezionato, nè della sciantosina francese Olympe Pélissier, da qualcuno definita “consolatrice di uomini”, che però ebbe il merito di farlo uscire da una pesante depressione costringendolo a trasferirsi a Parigi e regalandogli una relativa serenità nell’ultima porzione della sua vita terrena.

Pesaro quindi vista come “erede universale“, discendente alla quale dare il compito di perpetuare nel tempo memoria e grandezza, quanto e meglio di quanto non fosse riuscito a fare lui stesso in vita, almeno dai 37 anni in poi. Un’esistenza lunga la sua, ma nettamente divisa in due fasi contrastanti e antitetiche. Nulla mi leva dalla mente che in alcuni periodi – quelli più cupi e depressi, quelli durante i quali gli eccessi di gioventù gli devono avere presentato il conto materializzandosi in dolore fisico e morale – abbia invidiato il suo “collega” Mozart, da cui aveva attinto ispirazione a piene mani e che morì a soli 34 anni. Precoce quanto lui – Mozart compose la sua prima opera di successo a 11 anni, Rossini a 14 – prolifico al limite della bulimia, capace di comporre mentre impegnato a fare dell’altro, fulmineo nella stesura – 13 giorni per il Barbiere di Siviglia – e appassionato di piaceri di varia natura, ebbe a differenza dell’austriaco una vita lunga, forse troppo per i suoi gusti. Gli piaceva il “crescendo” in musica, e deve essergli pesato enormemente il “calando” a cui l’esistenza lo sottopose, tanto da preferire ritirarsi e smettere di comporre, isolandosi dal mondo e permettendo al suo corpo di infliggergli supplizi di varia natura.

La sua porzione di esistenza vitale e produttiva è stata però talmente pregna da lasciare un’impronta indelebile nel nostro immaginario ed è sicuramente quella che dobbiamo onorare ed esaltare, perchè così avrebbe voluto il grande Gioacchino Rossini: restare l’eterno simbolo dell’energia sonora e solare sprigionata dalle sue note (e dai suoi cibi preferiti) in barba a tutto il dolore, la sofferenza e l’orrore del mondo.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.54 – Pesaro, mille trionfi

Meno male che nessuno mi corre dietro e che sui luoghi mi posso fermare esattamente tutto il tempo che desidero, perchè altrimenti con Pesaro non avrei saputo come fare. Ovunque mi giri provo sensazioni inebrianti, odo musiche, sento aromi, vedo arte e percepisco vitalità che è impossibile non condividere. Roba da prendere e partire, quantomeno per inebriarmi, inspirare forte, trattenere il fiato e rilasciare in altre località italiane questa ventata di positività.

Forse i più tradizionalisti avranno storto il naso quando i vari Assessorati cittadini sono stati battezzati con nomi tanto originali – non mi risulta sia successo in nessun altra città, ma magari mi sbaglio – Crescita, Bellezza, Vivacità, Operatività, Solidarietà, Sostenibilità, Benessere, Gestione, Rapidità, Nuove Opere: così, tanto per non rimanere vittime di seriose nomenclature, che da sole a volte fanno venire svariati dubbi sulla volontà operativa. Direte che non basta un titolo per fare grande un Dipartimento, però sono intimamente convinta che serva a compiere buona parte del percorso, oltre a disporre al meglio l’animo.

matteo mattioli

Senza togliere nulla a tante città e cittadine che hanno accolto il Giro del Cappero con grande generosità e disponibilità, Pesaro si piazza in indubbia pole position: gran parte del merito va ad un giovane che si è preso la briga di organizzare e gestire quante più cose possibile nelle poche ore che la Capperina Turchina è rimasta in città. Ne devo assolutamente parlare in prima battuta perchè senza la sua “amplificazione” tutto sarebbe avvenuto più in sordina e le impressione che ne avremmo tratto tutti noi non sarebbero state le stesse. Non è un caso l’aver scelto un’immagine “musicale” tra le mille che avevo a disposizione di Matteo Mattioli: è il ritmo che lo domina, gli dà il tempo e lo rende efficacissimo. Un ragazzo entusiasta che sa come si ottengono i risultati: impegnandosi, studiando, diventando un punto di riferimento per la città, ma sempre con il sorriso sulle labbra e la musica nell’anima!

Mi hai contagiato Matteo e sto scrivendo con le Overture del vostro illustre concittadino Gioacchino Rossini in cuffia: altra musica, altri tempi, altre armonie, ma stessa gioia travolgente.

Mariagrazia Innecco

Tappa n. 53 – Senigallia e i Giovanni Battista

protoflaminia

Ci sono molti nessi tra questa deliziosa cittadina dal soffice arenile detto “spiaggia di velluto” e la capitale d’Italia: innnanzitutto 2 millenni fa i Romani costruirono  la Via Flaminia (che seppur con qualche variante esiste ancora),  l’unica strada a collegare fino al secolo scorso Roma alle regioni del nord. Ancora prima era passato da questi territori un personaggio a tutti noto fin dalle scuole elementari: parlo di Brenno, re dei Galli Senoni che, sceso dalla Francia fino all’Adriatico, aveva nelle mire la conquista della capitale dell’Impero. Ricordate l’episodio del Sacco di Roma? Quello che poteva essere fatale ai senatori romani arroccati in Campidoglio, ormai a un passo dall’essere massacrati dai soldati di Brenno, ma salvati in extremis dallo starnazzare delle più famose Oche della storia? Ecco fu dopo aver rischiato la supremazia dei Senoni che i Romani si organizzarono militarmente e ripresero il controllo di tutta l’area adriatica, fondando anche la colonia di Sena Gallica (da cui Senigallia)

Altro trait d’union è il gran numero di vescovi e papi provenienti dalle Marche, uno dei quali, Giovanni Maria Battista Pellegrino Isidoro Mastai Ferretti meglio conosciuto come Pio IX, proprio di Senigallia.

Ma c’è un altro senigalliese di fama nato nel 1779, che molti considerano erroneamente romano: di nuovo un Giovanni Battista, ma questa volta di cognome Bugatti.

MastroTitta

Chi ha visto i film “Il Marchese del Grillo“,  “Nell’anno del Signore” o “Rugantino” dovrebbe ricordare un personaggio interpretato magistralmente da Aldo Fabrizi e Paolo Stoppa, chiamato bonariamente Mastro Titta, neanche fosse un buon diavolo innocuo invece che “er boja de Roma“.  Per più di sessant’anni fu al soldo del papato inquisitore con stipendio mensile e alloggio in Via del Campanile – nei pressi delle prigioni di Castel Sant’Angelo. Venne messo a riposo con lauta pensione a 85 anni suonati per sopraggiunta impossibilità fisica allo svolgimento della mansione.

Non male come trattamento per meno di 10 giornate di servizio l’anno, anche se  il suo incarico non doveva essere dei più piacevoli e il contratto prevedeva vita assolutamente ritirata, uscite limitate ai giorni di lavoro e abbigliamento composto dal cappuccio e dal mantello rosso sangue visibili nella foto. Assieme agli altri “ferri del mestiere”- corde, lacci, mannaie, forche e ghigliottine – sono conservati al Museo Criminologico di Roma, situato poco distante da dove allora si svolgevano le esecuzioni e cioè oltre il Ponte Sant’Angelo.  Divenne “mitico” per il suo modo di operare professionale, preciso e scevro da sentimentalismi: a 17 anni a Foligno procedette alla sua prima impiccagione e ben presto venne chiamato a Roma, dove ne eseguì altre 515, sempre procedendo ad annotare tutti i nomi dei condannati, il motivo della pena e pure qualche aneddoto. con la stessa cura maniacale con cui svolgeva il suo lavoro.

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Solo per rilassarmi un attimo prima di passare alla tappa successiva, permettetemi di dedicare una foto all’ultimo protagonista, questa volta contemporaneo e artista: in pochi sanno che è nato a Senigallia, lo pensano bolognese o addirittura straniero, perchè le sue opere di street art sono in tutto il mondo! Deve per forza avere un nome di battesimo, ma nessuno lo conosce. Si chiama Blu (e basta!)

Mariagrazia Innecco

Tappa n.52 – Ancona, Roma&Pace l’albergo di Koba

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Da un hotel di Ancona alle campane di Venezia, la storia tra verità e leggenda di quando il futuro segretario generale del Pcus si rifugiò in Italia

1907. Al porto di Ancona approda un bastimento di grano proveniente dall’Ucraina. Dalla nave scende Koba, giovane georgiano dai capelli lunghi. Ha viaggiato come clandestino fino alla città Adriatica; ha freddo e fame ed è in cerca di un impiego. Non è un tipo “facile”: in patria lo insegue la polizia zarista per la sua attività rivoluzionaria. Infatti, Koba è solo il soprannome di Josif Vissarionovic Dzugasvili, che la Storia ricorderà come Stalin.

Consierge Il suo contatto italiano lo accompagna in un albergo nel quale alloggerà sì, ma quale dipendente. Per circa tre settimane il ventottenne Josif riceverà gli ospiti in reception. Pochissimo tempo: non è adatto al ruolo di consierge perché riservato e  troppo timido per interagire con la clientela. Eppure il ricordo di Koba resta al “Roma&Pace”, in particolare fra la famiglia Papini proprietaria dell’Albergo.

Campanaro A dare una seconda chance al fuggitivo ci pensa un convento veneziano.  Koba/Stalin, lasciata Ancona, è campanaro a Venezia, dove è ribattezzano “Bepi del giasso”, Giuseppe dal freddo. Alle vicende italiane del futuro dittatore russo è dedicato un libro di Raffele K. Salinari “Stalin in Italia ovvero Bepi del giasso” (Ogni uomo è tutti gli uomini editore, 2010).

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Anno 2015 Il Gran Hotel “Roma & Pace” è oggi chiuso. I grandi e ricchi ambienti, che avevano ospitato fra gli altri il regista Luchino Visconti e il Duce, sono vuoti. Guardato come un pazzo dagli avventori dei locali adiacenti, pulisco con uno straccio le vetrate impolverate degli ingressi secondari, le uniche non protette da grate e saracinesche; posto contro il vetro, l’obiettivo scatta e immortala ciò che un tempo erano hall e ristorante. Poi, qualche immagine reperita sui siti turistici mi aiuta a “mappare” le foto: gli stucchi sul soffitto della grande sala sono gli stessi del ristorante;  le dimensioni e i pochi mobili rimasti nello spazio accanto fanno invece pensare ad un privé per aperitivi… di classe.

Edificio vetusto, polveroso ma che conserva un suo fascino, il Grand Hotel rievoca le atmosfera felliniane di Amarcord, tempi lontani nei quali elegantissimi receptionist accoglievano coppie ricche di vacanzieri o uomini d’affari di passaggio, con ingombrati valigie e bauli al seguito.

E Koba? La sua esperienza nel mondo della “hotellerie” è ricordata sia da Salinari, sia da Hugo Pratt in una tavola di Corto Maltese. Il fumettista (coadiuvato da un attivissimo ed esperto consulente storico) ripropone il soggiorno anconetano di Stalin ne “La casa dorata di Samarcanda“: il marinaio, prigioniero dei bolscevichi, chiama il “Grande Capo” al telefono, rinverdendo i momenti del loro incontro nel capoluogo marchigiano nella speranza di avere salva la vita. Non rinunciando, tuttavia, al suo proverbiale sarcasmo:

Corto: “Fantastico, insomma diverrai segretario generale del partito (Partito Comunista dell’Unione Sovietica, nda) perché non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro alla chiesa degli Armeni a Venezia”.

Vedete? E’ questo il bello della Storia: a cambiare il corso degli eventi possono essere grandi uomini o anche persone comuni, come il capo del personale di un albergo o la direzione artistica dell’Accademia di Belle Arti di Vienna… che bocciò gli acquerelli del futuro Fuhrer della Germania nazista.

Marco Petrelli

Tappa n.52 – Ancona e il suo architetto

Riccardo è un architetto paesaggista. Si definisce un architetto atipico. Piano piano si è accorto che il territorio non è fatto solo di case, ma anche di tanta natura. Da lì ha iniziato a comprendere che anche un architetto deve capire l’anima del luogo, perchè, secondo lui, se non capisci quello, non puoi fare un bel progetto. “Tu che diritto hai di cambiarlo?” mi dice. Il paesaggio è qualcosa di più che materiale. C’è tanto di spirituale. C’è la memoria delle persone che ci sono state e quella del loro immenso lavoro. Dieci anni fa con un altro appassionato del paesaggio, Franco di Recanati, si accorgono di tenere convegni sullo stesso argomento. Si mettono insieme e nasce una collaborazione tra due piccolissime associazioni culturali. Capiscono che, forse, possono fare qualcosa per mettere in evidenza che si sta perdendo con tutto questo cemento quella che è la nostra reale ricchezza: il paesaggio. Cosa si può fare? Ci vorrebbe una legge. A Riccardo, che è un architetto pianificatore, chiedono di cominciare a scriverne la bozza. Lui, che lavora di giorno, inizia a scrivere, di notte, i cinque punti fondamentali che iniziano a fare girare fra le associazioni nelle Marche. Nasce così il forum sul paesaggio delle Marche, che oggi è arrivato a 101 associazioni, dalle due iniziali, che sostiene anche la prima ed unica proposta di legge  sul paesaggio in Italia. Io, che lo ascolto con attenzione, sento il bisogno di chiedergli in cosa consista questa proposta di legge.

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Primo, il paesaggio è un bene comune, di tutti. Non si può consentire al privato di sfruttare il territorio per fini speculativi. Secondo, stop al consumo di suolo. Si deve demolire quello che c’è di brutto. Terzo, ogni decisione deve essere presa coi cittadini consapevoli. Quarto, i Comuni non possono più decidere per sè, ma ci vuole un intervento comunitario sul paesaggio. Al quinto punto ci voglio arrivare così. Intorno a Riccardo i colleghi continuano a lavorare. Lui gira il territorio per raccontare del paesaggio e della bellezza della sua tutela. Gli sono arrivati, in questo modo, incarichi da persone umilissime, che lo hanno sentito parlare e lo hanno apprezzato. Su tutti, trenta anziani di Osimo che hanno accettato che i loro terreni venissero declassati da edificabili ad agricoli, bloccando il consumo del suolo col cemento.Questa è una favola moderna ad occhi aperti. Bravo Riccardo.

riccardo picciafuoco

Alessandro Ciulla

Tappa n.51 – Sirolo, corbezzoli che posto!

Edite e Alessandro non sono stati molto fortunati: proprio mentre viaggiavano verso il Conero si è alzata una nebbia tremenda che ha occupato completamente la scena, occultando la meraviglia di questi luoghi e impedendo loro di fare qualche bella fotografia. Il colmo è che ero stata io ad insistere per una deviazione all’itinerario visto che fino a qualche ora prima splendeva un sole primaverile. Morale: hanno dovuto riprendere il percorso senza aver visto assolutamente nulla!

Se ci fosse stata visibilità si sarebbero perdutamente innamorati del Monte Conero che coperto di una folta e sana macchia mediterranea si tuffa direttamente nell’Adriatico dall’alto dei suoi 572 metri. Anticamente era chiamato dai greci Komaros e dai romani Cumerium e cioè corbezzolo, la pianta detta anche fragola marina che in ottobre lo colora di rosso per la gioia di merli, tordi, ghiandaie che vanno ghiotti delle sue bacche, oltre che per quella di miliardi di api che con il nettare dei suoi fiori producono un miele raro. Eccezionale in estate e autunno, ma decisamente bello in tutte le stagioni, è diventato Parco Naturale nel 1987: da allora sono stati tracciati 18 sentieri percorribili anche a cavallo, alcuni dei quali, e sono decisamente i più emozionanti, a picco sul mare (dalla foto di Claudio Stanco si vede come le rocce arrivino proprio fino all’acqua) ma tutti ugualmente curati e controllati da un efficiente Ente Parco privato.

Sopra a Sirolo, un po’ in alto, in un punto quasi freddo anche in estate, c’è un suggestivo teatro all’aperto con 2000 posti a sedere: è stato ricavato nell’area antistante una vecchia cava dismessa e ha un’acustica perfetta. Facendo qualche ricerca per saperne di più ho avuto la fortuna di imbattermi in Valeria Paniccia, oggi affermata scrittrice e documentarista ricca di fascino, che negli anni ’80 ha partecipato alla nascita di questo teatro fortemente voluto da Valeria Moriconi e da Franco Enriquez . “Valeria Moriconi era felice di quella sua creatura: il teatro era sempre pieno. Ricordo che i biglietti costavano sessantamila lire per vedere Benigni e Grillo. Ma recitavano pure Irene Papas, Giorgio Albertazzi, Peppe Barra e lei naturalmente..

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Consiglio di leggere l’articolo che porta la firma di Valeria Paniccia: nulla può descrivere meglio la straordinaria attrice marchigiana che rimarrà per sempre nella memoria di tutti gli appassionati per la sua esemplare generosità e vitalità.

http://valeriapaniccia.com/file/5087be0582a2610f1dd7f0d931cf4c2a-86.html

Mariagrazia Innecco