Tappa n.65 – Bologna, profumata di sapori

Non è per andare di luoghi comuni, ma davvero se si passeggia per il centro di questa città caciarona e simpatica, ogni due passi ti arriva una zaffata di profumo di mortadella, o comunque di salume: quel profumo che chi non è troppo giovane certamente ricorda bene, ma che molti nemmeno sospettano possa esistere. E’ pressocchè sparito dal mondo perchè le salumerie si sono andate tutte ad infilare nei supermercati e nei centri commerciali, dove gli aromi, ammesso che esistano, si disperdono in spazi immensi, rarefacendosi e andandosi a mescolare con quelli emessi dai flaconi di bagnoschiuma. Una perdita immane per la Nazione a mio avviso.

bologna cibo

A Bologna questo per ora non succede: spero che i numerosi ghiottoni che ci abitano non si estinguano troppo in fretta, e soprattutto che non si trasformino altrettanto in fretta in vegetariani e vegani. E’ talmente un trionfo entrare in questi templi del gusto, dove le cascate di tortellini si alternano agli alberi di prosciutto, ma soprattutto dove, se proprio si decide di non mangiare, ci si può almeno lasciare andare al turbamento dell’olfatto solleticato  e della salivazione abbondante. (Chissà se qualcuno conosce ancora la meravigliosa sensazione di avere l’acquolina in bocca…)

Qui però tutto saporoso e succulento, opulento e abbondante – come il buon Francesco Guccini ci ricorda nella sua impareggiabile “Bologna… è una vecchia signora” – anche se non sempre si può definire raffinato: fa parte del gioco di questa dotta cittadina, esagerare un po’, restare con i piedi per terra e le mani in pasta, lasciare che i sensi si esprimano, senza giudicare troppo. Così capita di vederne di tutti i colori, andando a spasso sotto i suoi portici. Personaggi variopinti, un po’ improbabili, eccessivi, che restano fuori casa ore e ore, animando fino a tarda notte ogni angolo del centro – che non è per nulla piccolo. Così anche chi si sente improvvisamente troppo grigio e normale, si può mescolare alla gente senza pensieri, e guardare tutto quello che gli passa davanti senza sentirsi troppo invadente e curioso.

bologna lucio dalla

Io una domenica mattina, passeggiando con un’amica, ho incontrato Lucio Dalla: era uguale identico a quello che avevo visto in tv. Stesso cappellino, stessi occhiali, stessa barba incolta, piccolo, simpatico in modo indicibile, al fianco del compagno della sua vita. Oggi che non sarebbe più possibile incontrarlo per la strada, i suoi adoranti concittadini hanno trovato una soluzione degna della loro ironia: si sono fatti fare da uno scultore siciliano, Carmine Susinni, una statua in bronzo talmente identica all’originale da sembrare lui, seduto su una panchina, con il braccio sinistro pronto ad atterare sulla spalla dell’amico che arriverà a sederglisi accanto. Con un sorriso dolcissimo stampato sulle labbra, commovente e accogliente. In occasione di Expo la Fondazione Dalla l’ha prestata a Vittorio Sgarbi per la sua mostra “Il Tesoro d’Italia” ed è rimasta per sei mesi sul decumano. Inutile dirlo, è stata l’opera d’arte più fotografata in assoluto e migliaia di persone si sono portate a casa una parte dell’energia infinita di Lucio e della sua città natia. Ora per vederla, stare un po’ con lui e catturare la magia che c’è nell’aria, bisogna andare in Via Massimo D’Azeglio, dove ha abitato una vita intera: lui è lì ad aspettarvi giorno e notte.

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.64 – Imola la rossa

Alla fine una breve sosta a Imola siamo riusciti a farla. Un po’ velocemente, solo per coglierne l’essenza e approfondire con più calma in un momento successivo. Per dare almeno uno sguardo alle imponenti mura che dai loro punti più elevati avevano permesso a Leonardo Da Vinci nel 1502 di tracciare la prima mappa “zenitale” della storia,  e cioè eseguita partendo da un punto centrale e sviluppata in ogni direzione, come se si trattasse dei raggi di un cerchio, necessaria per impostare l’ampliamento della roccaforte “alla franciosa”. Questo prezioso documento purtroppo non è conservato all’interno del Museo della Rocca, ma a Londra, alla Royal Library  del Castello di Winsdor.

Leonardo a quel tempo era ingegnere militare al soldo del Valentino, il Duca Cesare Borgia, all’apice della sua effimera fortuna politica. L’analisi approfondita dello stato delle fortificazioni della città era quantomai necessario perchè Imola doveva essere  – assieme a Cesena – la capitale della corte, vista la sua posizione baricentrica e strategica.  La rocca, così come venne ampliata durante il Rinascimento, è ancora oggi ben conservata, posizionata esattamente nel mezzo del fitto reticolo di vie del centro cittadino, visibile da qualsiasi punto si arrivi.

 

In tempi moderni Imola è diventata famosa in tutto il mondo grazie all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari, costruito negli anni 50. Più volte modificato per rispettare i sempre mutevoli standard imposti dalle Federazioni Internazionali di Motociclismo e Automobilismo è da sempre considerato uno dei più veloci d’Italia, oltre che il più originale visto che è l’unico in cui le corse si svolgono in senso antiorario.  Anche se da circa dieci anni non vi si svolgono più gare di Formula1, l’intera area continua ad essere il punto ideale per ospitare oltre ad eventi sportivi, anche grandi kermesse musicali e politiche che continuano ad attrarre decine di migliaia di persone provenienti da tutta la nazione.

Mariagrazia Innecco

L’incredibile mondo di Angiolina – La Giostra della Memoria – San Salvo (Ch)

Ci sono attimi nella vita dove sembra che tutto abbia un senso. Non li avevi messi in bilancio: arrivano. Sono sintesi di qualcosa che non potevi aver immaginato e che non è frutto del tuo lavoro, nè della tua fantasia. Ti ci trovi davanti e li devi semplicemente trattenere perchè sono rari e preziosissimi, hanno il potere di dare a tutto un altro significato. Ovviamente inebriano e fanno girare la testa, fanno ammutolire, lì per lì non si fanno cogliere interamente. Ma poi con calma ci si ripensa e piano piano (come dice Valina) si ritrova l’orizzonte e ci si sente di nuovo padroni si sè, ma arricchiti.

Uno di questi attimi l’ho visto bene in faccia quando mi sono trovata davanti ad Angiolina. Sono sicura di poter dire che anche lei ha provato la stessa mia sensazione, perchè a distanza di qualche ora me lo ha confessato con gioia. Ho sentito che mi spalancava con enorme affetto il suo mondo, che mi invitava ad entrarci e che mi donava la sua fiducia con generosità, ma che allo stesso tempo mi consegnava un compito immane: quello di capire e assimilare 30 anni della sua esistenza, lasciando tutto come lo ha messo lei, ma modificandolo al contempo, propagando le sue motivazioni, parlando di lei al mondo ma con delicatezza.

So che fino a qui non ci avete capito nulla. Ed è giusto così. Bisogna avere pazienza quando le cose sono importanti. La devo avere io che scrivo in diretta, collegata idealmente a lei, come se mi dovesse dare il suo placet parola dopo parola. Però so anche che devo scendere dalla nuvola e parlarvi di cosa ho visto, di cosa ho sentito, nella speranza di riuscire a trasferire le sensazioni che ho vissuto, perchè vi arrivi prepotente il bisogno di provarle sulla vostra pelle.

Siamo a San Salvo, in Abruzzo, a pochi chilometri dal confine con il Molise. Il paese non è grande e più o meno si conoscono tutti. A forza di vedersi, e di vedere ogni giorno le stesse cose, si perde ovviamente la capacità di guardare con occhi nuovi: capita ovunque e capita anche qui. Sono 30 anni, seppure si è trattato di un lavoro in progress, che i sansalvesi vedono Angiolina Balduzzi dedicarsi agli oggetti. Si sono abituati. Fa parte, come si suol dire, del “panorama”: quando appare per la strada nessuno si stupisce del suo abbigliamento variopinto e anticonformista. In molti sono entrati nei suoi spazi espositivi e sanno bene che lavoro immane ha portato avanti. Ma solo se glielo racconta qualcuno che viene da fuori e vede all’improvviso tutto assieme, possono davvero rendersene conto.

Angiolina ha creato, spinta da un’energia interiore irrefrenabile, un unicum mondiale. Non ha esitato a investire tutto quello che possedeva – e anche qualcosa di più – per mettere a disposizione delle persone il fiume di saggezza tradotto in oggetti che le scorre dentro.   La sua Giostra della Memoria non è un museo. E’ un’occasione espositiva, è un labirinto che assomiglia alla vita, è uno spazio interattivo – non immaginate nulla di tecnologico, perchè ne è l’esatto contrario – dove interazione significa possibilità di toccare, annusare, palpare, parlare di oggetti che a loro volta parleranno e metteranno a disposizione la loro saggezza accumulata a volte negli anni, a volte nei secoli. Non sono polverosi questi oggetti.

Sono loro stessi, guardano la loro demiurga che li tocca e li sposta in continuazione, per trovare chissà quale nuova armonia, ma tanto sono sempre belli in qualsiasi posizione. Parlano è vero, ma a volte sanno anche scrivere.

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Non esagero dicendo che ciascuno di loro sa esattamente perchè è lì e quale è la sua funzione, oltre a cosa è servito prima di entrare in questo meraviglioso mondo dove c’è spazio per tutti. Angiolina ha comperato 5 case contigue perchè ognuna di queste cose  si sentisse a proprio agio e non dovesse temere di essere sfrattata: 17 stanze che aiutano la memoria a rimanere agganciata a quel c’è stato. In modo bizzarro, colto, fantasioso, mai uguale. Ed ecco che ci sembra di entrare nel laboratorio di una sarta, nell’abitazione di una sposa che espone il suo corredo, di essere in un’ aula, o dal ciabattino. Andiamo dallo speziale, dal dottore, a pranzo da qualcuno che ha apparecchiato con le sue  stoviglie migliori. Viviamo, nelle stanze di Angiolina, tutta la vita. Leggiamo, giochiamo, parliamo, saliamo e scendiamo scale una dentro l’altra, perdendoci ma sentendoci guidati da lei o dalla sua magica incredibile dolcissima figlia, Valina. E, almeno per quanto mi riguarda, vorremmo non uscirne più, o perlomeno tornarci mille e mille volte.

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Mariagrazia Innecco

http://itinerari.vasteggiando.it/itinerari/visita-guidata-giostra-della-memoria/

Sua Maestà il Carciofo – Masseria Zinni (San Salvo-Chieti)

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Sono stata quattro giorni a contatto con una realtà che avevo solo parzialmente intuito ma che nei fatti si è rivelata molto più intensa e sapida di quanto avessi previsto. Sono fatta così: quando una situazione mi attrae creo velocemente le condizioni perchè si possa anche manifestare, visto che non mi piace perdere tempo quando ci sono buone premesse perchè qualcosa accada e si materializzi.

Nel caso particolare è stato un intero paese ad attrarre la mia attenzione. Mentre scrivevo della tappa n. 40 dedicata a San Salvo, continuavo a sentire un richiamo forte e per certi versi anche imperioso. Dovevo andare di persona a conoscere spazi e persone capaci di evocare tanta energia. Non è stato difficile conciliare le reciproche esigenze logistiche. Ed eccomi immersa in una dimensione inconsueta, subito accolta come amica di vecchia data, perfettamente a mio agio e soprattutto molto serena.

A un primo sguardo la Masseria Zinni non è molto diversa da una casa colonica così come chiunque sia stato in campagna può immaginare. Erano costruite secondo lo stesso schema in tutte le regioni italiane: essenziali, grandi, perchè ci stava più di una famiglia, con i campi attorno, una bella aia per lavorare i prodotti, ma anche per fare festa tutti assieme in tanti momenti dell’anno. Ecco tutto questo c’è ovviamente. Ci sono anche 4 cani e un gatto, un po’ di sano disordine, e se piove arrivano le pozzanghere. Ma non basterebbe.

Ci sono Angelo, Maria Antonietta, Massimo, Elena che insufflano il loro modo di essere a queste pareti e a questi campi, dando loro un calore e un sapore che non ho mai provato sin qui; lavorando molto, ma anche sapendosi fermare per accogliere chiunque arrivi, sempre pronti al convivio e allo scambio. Rara dote. Forse stanchi a tratti, preoccupati, o magari proprio tristi per la morte di un cucciolo di labrador che non è riuscito a diventare abbastanza grande per vivere. Ma comunque sempre sorridenti e ospitali.

Loro sanno sorridere anche ai prodotti del loro lavoro. Li rispettano e onorano con consapevolezza. Non ne sprecano nemmeno uno e quel che non viene venduto appena colto oppure consumato in famiglia o con gli amici, viene conservato in modo sapiente e naturale, in modo che resti il più possibile identico a come era appena raccolto. Non sono entrata in dettagli tecnici, non so quanti quintali di ortaggi producono. Francamente non mi interessava. Ho però conosciuto di persona il Re della loro produzione: il carciofo di Cupello, una delle 90 qualità di carciofo che si producono al mondo, e che proprio in questa zona, e solo in questa, alligna festoso.

E’ piccolo, tondino, perfetto nella sua disarmante bellezza. Violaceo e praticamente così giovane e fresco da non avere la barba. Le bimbe di questa zona imparano presto dalle mamme e dalle nonne a cucinarlo in mille modi diversi e in questa stagione è il piatto forte di tutti i pasti, perchè non ci si riesce mai a saziare di tanta bontà, non viene mai a noia. (Ho parlato delle bimbe, ma forse sbaglio: tutti lo cucinano. Ho incontrato tanti ragazzi che sanno cucinare bene da queste parti, e molti scelgono proprio stare in cucina per professione.)

masseria zinni(g4 ravioli ai carciofi)

In Masseria nulla viene sprecato: tutto ciò che non viene venduto o consumato viene velocemente “curato” e “ricoverato” in grandissimi barattoli di vetro, dove i cuoricini bianchi e perfetti vengono messi sotto acqua e pochissimo olio. Non posso descrivere la sensazione che ho provato assaggiandoli. Vi sembrerei esagerata e perderei credibilità per il futuro.

Non vi resta che provarli di persona. In che modo?  Io non ve lo dico, ma sappiate che non troverete solo carciofi!

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.63 – Castel Del Rio, castelli, castagni e fumetti.

E’ stato grazie ad una mia affettuosa cugina, Simona, che abbiamo conosciuto Castel Del Rio: probabilmente se lei non ce ne avesse parlato tanto bene ci saremmo fermati a fondo valle, magari a Imola, perdendo l’occasione di vedere di persona questo borgo, la cui bellezza è data dal circondario ricco di natura e colline degradanti a perdita d’occhio, dal fiume Santerno che vi scorre rigoglioso, ma soprattutto dall’atmosfera antica ed immutata che cattura già durante il tragitto tortuoso e ripido che conduce a destinazione. Capperina ha sputato un po’ di benzina, ma è riuscita ad arrivare trionfante nel piazzale di un’antica Locanda, la Tubeya, dove la stavano attendendo il Sindaco Aldo Baldazzi, la locandiera Simona (amica della Simona cugina) con tutta la sua famiglia schierata e un simpatico giornalista pronto ad intervistarci.

Da queste parti il cibo è ancora arte: chi lo prepara non vuole inventare a tutti i costi qualcosa di nuovo, non ha come obiettivo stupire un commensale, annoiato e incapace di capire cosa sta ingurgitando, con fantasmagorie inutili ed effimere. Parlo da cittadina annoiata sì, ma solo dal vano peregrinare da un locale all’altro per scoprire quanto male ci lasciamo nutrire e quanto bene ci facciamo abbindolare. Qui, in cucina, ci stanno ancora le persone anziane – di chef neanche l’ombra. Quello che esce dalle mani sapienti di una donna che da 70 anni tira la sfoglia con immutata energia, che ogni giorno si alza all’alba per maneggiare e trasformare in succulenze divine i prodotti delle stagioni, è semplicemente inimitabile. I tortelli di patate, gli strozzapreti, le paradisiache crescentine con i salumi locali, i funghi, il nocino, le tigelle con i formaggi, i dolci casalinghi… e si potrebbe continuare all’infinito senza provare un briciolo di noia.

Posti belli in Italia ce ne sono a non finire, ma tra i boschi di Castel del Rio si intuisce una promessa di pace e tranquillità che raramente ho percepito: la stessa che indusse Magnus, uno dei maggiori disegnatori italiani, autore di personaggi come Satanik, Alan Ford, Kriminal, a viverci nell’ultima parte della sua esistenza. Si era trasferito nella stanza n. 12 dell’Hotel Gallo aveva ambientato parecchie delle sue storie a fumetti nei circondari “alidosiani“. Lo strano aggettivo deriva dalla famiglia degli Alidosi, i Signori locali, che nel 1499 avevano deciso la costruzione del ponte a schiena d’asino che porterà il loro nome nei secoli a venire e che venne studiato con moolta attenzione da Leonardo da Vinci, che in quel periodo era spesso in Romagna. Con la sua presenza il manufatto modificherà gli assetti economici dell’intero territorio fungendo sia da tramite che da barriera, collegando le sponde del Santerno e alimentando i commerci, ma anche diventando un carcere. Le cinque camere al suo interno sono state restaurate di recente, e ora sono anche visitabili.sturmtruppenUn’ultima chicca per appassionati di strip e per autoironici militar/soldati. A Castel del Rio arrivava spesso Bonvi, un amico fraterno di Magnus, anche lui disegnatore. Si fermava qualche giorno, passeggiavano assieme, mangiavano squisitezze, e poi se ne andava. Se non avete mai letto le sue Sturmtruppen correte ai ripari e non ve ne pentirete: a parte qualche piccola caduta nel trivial – ma l’ambiente d’altronde è quello delle caserme! – il divertimento è assicurato. Nel 1997 il Comune aveva organizzato una bella mostra per ricordarli, ma è passato già tanto tempo e rischiano di ripiombare nel buio. Sindaco Baldazzi, ci pensiamo per la prossima estate???

Mariagrazia Innecco

Tappa n.62 – Castel Bolognese e lo Scodellino.

A Castel Bolognese c’è un mulino, lo Scodellino, che si è fermato nel tempo. L’ultima famiglia di mugnai, che l’ha abitato, ha lasciato pareti e arredi intatti, quasi in una sorta di rispetto sacro del luogo. Poi, per decenni, più nulla. Un’associazione di venti famiglie del territorio ha deciso di adottarlo nuovamente senza toccare niente, neppure i muri anneriti dal fumo della legna. Mi vengono in mente le parole di Riccardo, l’architetto del paesaggio di Ancona, sulla comprensione dell’anima di un luogo per fare un bel progetto di recupero. “Devi rispettare quello che trovi. Poi, puoi fare un bel progetto.”

Le persone dell’associazione hanno vissuto il mulino da piccoli. Ne serbano un ricordo. Direi di più. Dopo che l’hanno frequentato tanto e ci sono stati dentro, hanno naturalmente capito che questo edificio fa parte del loro paesaggio agrario e lavorare sul paesaggio richiede umiltà. I soci dell’associazione “Amici del Mulino Scodellino” lo stanno facendo.   Il loro volontariato manuale serve a mettere in sicurezza il manufatto, senza stravolgerlo minimamente. C’è Ettore che del Mulino conosce ogni crepa. Poi ci sono Oreste, l’anima manuale e Adriano, che fa gruppo col suo sorriso e il vino di sua produzione. Il mastro ha curato l’aspetto murario, ricostruendo, fra le altre cose, alcuni archi in pietra locale del canale che porta l’acqua. Rosanna li racconta con passione tutti insieme. In silenzio, con la sua tuta da meccanico c’è in disparte Pino, che sta mettendo in funzione le macchine.E’ da quattro anni che ci lavora.

A Marzo, in occasione della festa del FAI, dopo quasi sessant’anni e grazie al suo talento, hanno ripreso a girare con le acque del canale, senza motori diesel o elettrici. Gli chiedo cosa farà dopo. “Poi dobbiamo costruire l’organo per la chiesa di San Francesco ” mi risponde divertito. Il Comune di Castel Bolognese non ha debiti. Me lo dice il sindaco, che incontro poco dopo. Anzi, hanno un tesoretto che, finalmente, possono spendere per i bisogni della collettività. Quel Mulino, mi viene da dire, ha sempre macinato nel verso giusto.

Alessandro Ciulla

Tappa n.61 – Faenza, per amore di una Pavona

I milanesi conoscono il nome del drammaturgo Vincenzo Monti perchè gli è stata dedicata una via in un quartiere residenziale molto chic del centro della città. Probabilmente non sanno che ebbe origini romagnole: era infatti nato nel 1754 ad Alfonsine, un piccolo centro rurale in provincia di Ravenna. I genitori gli diedero la possibilità di studiare perchè sin da piccolo dimostrò il grande talento che poi si svilupperà negli anni e che che lo portò ad essere un importante protagonista della cultura e della politica del tempo. Scrisse molte odi e tragedie, una delle quali ci conduce nella Faenza del 1460, alla corte del Principe della città.

Una storia davvero tragica quella narrata nell’opera “Galeotto Manfredi” nella quale l’amore per la bella Cassandra Pavoni – detta la Pavona e dalla quale ebbe due figli – conosciuta a Ferrara durante il periodo in cui il Principe era al soldo del Duca Ercole D’Este, lo porterà alla morte per mano della perfida moglie bolognese Francesca Bentivoglio, su suggerimento del suocero che si voleva impossessare del territorio faentino.

Il matrimonio di facciata era stato ordinato da Lorenzo il Magnifico per mere questioni politiche e interessi economici come avveniva di frequente all’epoca. Di solito le vicende amorose alternative erano tollerate, ma in questo caso la bella Cassandra fu allontanata e costretta dalla ragion di stato a farsi suora. Galeotto tuttavia non smise mai di incontrarla e di averla sempre simbolicamente con sè visto che nel giardino del suo palazzo vivevano dieci magnifici pavoni.

I sudditi faentini avevano sempre amato la romantica Cassandra e i figli che erano nati dal suo amore per Galeotto, così come non avevano mai tollerato la Bentivoglio, che costrinsero alla fuga quando la notizia dell’uccisione a tradimento del marito divenne di pubblico dominio.

Ancora oggi nelle botteghe dei ceramisti di Faenza si trovano innumerevoli manufatti decorati con l’occhio di piuma di pavone, uno dei più apprezzati e richiesti dal Rinascimento in poi, ed in occasione del settecentesimo anniversario della salita al potere di Galeotto, uno dei laboratori di maggior tradizione ha prodotto una coppia di brocche in edizione numerata e limitata con i volti e i nomi dei due amanti, perchè resti a lungo il loro ricordo.

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Proprio in questi giorni si è svolta nel centro cittadino di Faenza la quinta edizione della mostra Argillà, organizzata dal Museo Internazionale della Ceramica in collaborazione con la città di Aubagne (Francia) e in grado di richiamare una folla di visitatori notevole. Il centro cittadino si è trasformato per l’occasione in una Mostra a cielo aperto (il clima è stato non generoso, di più) con 250 espositori, conferenze, convegni, corsi, eventi. Una festa di tutti, per celebrare la grande capacità manuale e artistica la cui tradizione è tramandata da secoli ed è apprezzata anche fuori dai nostri confini.

Appuntamento al 2018, oppure il Francia l’anno prossimo!

Mariagrazia Innecco

Tappa n.60 – Forlì, la città dei Fabbri

Credo che ancora oggi in un numero esorbitante di case italiane, magari in uno scaffale un po’ in alto come nella mia, ci sia una vecchia enciclopedia Conoscere. Qualcuno sarà persino riuscito a conservare al meglio le sovracopertine, io invece a furia di usare i volumi le avevo così massacrate che sono state buttate via. Erano un po’ di anni che nessuno la sfogliava più, ma ieri sera ho preso la scala, ho soffiato via la polvere da un libro a caso e l’ho aperto….

Poi ho aperto il secondo e il terzo. Non dico che mi ricordavo proprio i contenuti (magari!) ma i disegni erano quasi tutti lì, impressi nella mia memoria alla perfezione. Ho voluto parlare con mio padre – mi conosce bene e chiama le mie le domande più strane ed estemporanee “test contro l’Alzheimer” – perchè non mi ricordavo più esattamente l’anno in cui questo capolavoro dei Fratelli Fabbri Editori mi era stato regalato e dal quale ho deciso non mi separerò più. Assieme alle figure sono saltati fuori i ricordi di scuola, le ricerche, mia madre che mi insegnava a consultare gli indici, ma soprattutto la consapevolezza di quanto mi abbia formato questo metodo rivoluzionario di porre gli argomenti, apparentemente casuali ma in realtà frutto dell’analisi di abili pedagogisti e insegnanti competenti, che ben conoscevano la psiche dei ragazzi e i metodi per tenerli avvinti. Capoversi abbastanza brevi, titoli accattivanti e colorati, ma soprattutto argomenti “mescolati” che aumentavano la voglia di girare pagina e andare avanti nella lettura, per entrare nel successivo mondo ancora sconosciuto ma sicuramente ricco di sorprese.

Geniali i Fratelli Giovanni, Dino e Rino Fabbri da Forlì. Geniale soprattutto Giovanni che pur avendo studiato medicina capì in tempo che la sua passione vera erano i libri e che ad essi voleva dedicare la sua vita. Convinse i fratelli ad unirsi a lui e cominciarono a fioccare i primati: nel  1945 aprirono la prima casa editrice e la inaugurarono pubblicando il primo corso di inglese a fascicoli, capirono che il luogo più efficace per la vendita non era la libreria, ma l’edicola (all’epoca c’erano 3/4.000 librerie in Italia, contro le 20.000 edicole), organizzarono una rete di vendita porta a porta e avviarono le prime campagne pubblicitarie serie, diventarono il punto di riferimento per tutta l’editoria scolastica.

Il grande balzo lo fecero nel 1957 quando uscì il primo fascicolo di Conoscere: le edicole vennero prese d’assalto da migliaia e migliaia di lettori che complessivamente compreranno 600 milioni di inserti, senza contare il numero esorbitante di enciclopedie rilegate e complete che furono messe in commercio dal 1963. Era iniziata una nuova era e l’Italia aveva voglia di Conoscere.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.59 – Savignano sul Rubicone, San Mauro Pascoli, ma siamo sicuri?

Occhio occhio occhio. Qui siamo al cospetto di un bel falso storico, anche se autorizzato dal Capo del Governo, anzi, non solo autorizzato, addirittura imposto nel nome della grandeur italica. Se qualcuno mi sta leggendo (ma so di non avere un seguito così numeroso) penserà che mi sono ammattita e che l’attuale Premier non si è ancora occupato di Savignano al Rubicone, o che comunque la notizia non è passata su Faccialibro. Non avrebbe tutti i torti, perchè in realtà mi sto riferendo ad un altro momento storico, e precisamente a quando il Romagnol Benito il 4 agosto 1933 decretò unilaterlmente che il fiume che bagna Savignano non si doveva più chiamare Fiumicino come era stato per secoli, ma Rubicone.

La questione è spinosetta, anche se non di rilevanza nazionale, e lo dimostra il fatto che nell’agosto del 2013,  nella rustica cornice di Villa Torlonia a San Mauro Pascoli – sì proprio la tenuta dove abitava Giovanni con la famiglia e dove era tornata, da sola, la cavallina storna – si è tenuto un vero e proprio processo popolare per risolvere una volta per tutte l’annoso dilemma. Tre diverse “avvocature” ciacuna in difesa di uno dei tre fiumi locali, il Pisciatello Urgòn, l’Uso e il Fiumicino, per decidere quale dei tre fosse realmente il Rubicone dei tempi di Giulio Cesare e del suo passaggio dalle Gallie al territorio italico. La vittoria della giuria popolare, composta da ben 900 elementi, è andata al primo che però passa da San Mauro, località da sempre simpaticamente “rivale” di Savignano. Quindi, il Fiumicino passa da Savignano e il Pisciatello Urgòn – in passato detto Rubicone – da San Mauro: fine del processo.

pascoli

E’ diventato un appuntamento annuale quello di Villa Torlonia, e di volta in volta vengono riportati in vita avvenimenti delittuosi del passato che non hanno ancora trovato pace. Nel 2012 si era dibattuto (ed era già un processo d’appello perchè quello di primo grado si era svolto nel 2001 e si era concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati) del caso dell’omicidio del padre di Giovanni Pascoli, Ruggero, caduto in un agguato mortale il 10 agosto 1867, senza che mai fossero individuati i mandanti e condannati i colpevoli, seppure i sospettati ci fossero. Grazie anche al lavoro di ricerca della signora Rosita Boschetti, Direttrice del Museo dedicato al poeta e autrice del libro “Omicidio Pascoli il complotto” – il Giudice Ferdinando Imposimato, accusatore, ha avuto la meglio sull’Avvocato Nino Marazzita, difensore. La giuria popolare questa volta ha decretato con decisione la colpevolezza del mandante, tale Michele Della Rocca interessato a condurre la tenuta al posto di Ruggero, e degli esecutori materiali del delitto.

Nella sua saggezza contadina – feminile, straziata, consapevole – la madre del poeta aveva però capito fin dal primo istante che solo gli occhi della cavalla grigia e bianca tornata sola al podere avrebbero conservato per sempre la verità. E forse che non sarebbe riuscita a sopravvivere a lungo ad un dolore così grande.

“…..Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come“.
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.”

Mariagrazia Innecco

Tappa n.58 – Santarcangelo di Romagna, borgo poetico

Ho un’amica che ama follemente viaggiare e con la quale è bellissimo farlo perche riesce a scovare le cose più impossibili da vedere, fosse anche, come dice spesso per rendere meglio l’idea, il Museo del Bottone. Ecco, se fino a ieri era solo una battuta di spirito, da oggi in poi le dovrò comunicare che un museo dedicato ai bottoni esiste davvero, e si trova a Santarcangelo di Romagna. Prima era una florida merceria nata nel 1929 per vendere i manufatti degli artigiani locali che si erano specializzati in questa particolare produzione fin dal 1700. Oggi la pazienza del figlio del “merciaio”, Giorgio Gallavotti, ha fatto diventare il negozio originario un vero e proprio Museo storico e internazionale, visto che tra i 10.500 pezzi esposti ce ne sono molti, rari e preziosi, che provengono dall’estero. Sono stati pazientemente cuciti su dei pannelli e poi messi in cornice secondo un criterio tematico, per nulla noioso, anzi decisamente piacevole. L’idea mi piace anche perchè evocativa di un tempo felice in cui le mamme e le nonne ci lasciavano senza problemi giocare con i bottoni fin da piccoli, felicemente ignare del rischio che correvamo inghiottendoli, oppure – ed è più probabile – saggiamente consapevoli che li avremmo digeriti senza difficoltà. Da più grandicelli (ma solo se eravamo femmine) potevamo anche divertirci attaccandoli a qualche pezzo di stoffa avanzato, imparando, come si suol dire, ad “attaccar bottone” per benino.

bottoni

Se i bottoni mi evocano l’infanzia, i 153 antichissimi ipogei di Santarcangelo mi fanno addirittura retrocedere a prima della nascita di Cristo. Pieni di mistero perchè ancora non se ne è capita con certezza nè l’origine nè la funzione – presenti praticamente sotto a tutta la città, non grotte isolate, ma camminamenti adorni di nicchie laterali, uguali una all’altra e senza alcuna iscrizione o simbolo. Forse sede del culto antichissimo del Dio Mitra –  a Roma vengono detti “mitrei” –  forse luoghi di raccoglimento dei Monaci Basiliari, oggi utilizzati per custodire il prezioso Sangiovese e durante la seconda guerra mondiale rifugi sicuri e tutto sommato confortevoli. Meritano una visita che va prenotata alla Pro Loco cittadina, e vanno percorsi dimenticandosi di sè, senza timori, magari dopo aver letto qualche poesia del grande Tonino Guerra, che qui è nato e qui è riuscito anche a morire, a 92 anni.

Io li vado a ripescare volentieri questi personaggi perchè sono stati grandi e non vanno dimenticati. Una delle ultime immagini che abbiamo di lui è legata ad uno spot che ha fatto storia: parlava dell’importanza dell’ottimismo (che è il profumo della vita), con la sua faccia simpatica e un fortissimo accento romagnolo.

tonino guerra

In sovrimpressione, alla fine dello spot, passava il suo nome con sotto indicata la sua professione: scrittore e poeta, ma sono abbastanza sicura che in pochi sapevano – e sanno – quante cose ha fatto quest’uomo saggio che tutti vorremmo avere come nonno, nel corso della sua lunghissima esistenza. Andate a cercarlo digitando il suo nome su qualsiasi motore di ricerca, meglio ancora su youtube perchè ascoltare le sue parole è come farsi terra arsa che sta ricevendo la pioggia dopo tanta siccità, vi verranno alla mente i ricordi, vi sentirete meno soli.

Mariagrazia Innecco