Tappa n.71 – Lodi, un momento di pace

Mica facile avere a pochi chilometri una bisbetica, presuntuosa, ricca, forte e bella rivale.    A momenti viene la tentazione di fare pace e mettere assieme le forze per ottenere risultati congiunti, ma poi al primo sopruso scatta l’antipatia atavica e la rivalità di fondo che fa riprendere a litigare, a farsi i dispetti e a cercare la supremazia e la libertà d’azione. Più di un millennio tanto contrastato sfiancherebbe chiunque, ma non ha affatto fiaccato due cavalle di razza come sono sempre state e sempre saranno la città di Milano e quella di Lodi. Unite da un fiume, il Lambro, separate dalla stessa voglia di primeggiare, che nell’ultimo secolo pare finalmente sopita, magari solo nell’attesa di dissotterrare per l’ennesima volta l’ascia di guerra.

C’è da chiedersi come mai una città da sempre più piccola e meno popolosa come era l’antica Laus Pompeia si sia sentita all’altezza di rivaleggiare con la grande Mediolanum e come sia riuscita nei secoli a prendersi anche delle belle soddisfazioni. Merito della sua innata propensione ai commerci, probabilmente, oltre che della sua posizione fortunata, bagnata in antichità sia dal Lambro che dall’Adda e quindi naturalmente collegata al Po e al Mare Adriatico. Questo le permise di imporre pesanti pedaggi alle numerose imbarcazioni di passaggio e di creare uno dei più grandi e floridi mercati del tempo. Si svolgeva ogni martedì richiamando migliaia di compratori e alimentando la ricchezza cittadina.

lodi mercato

Milano in uno dei suoi momenti di supremazia – eravamo nel 1150 d.C. – gelosa di tanto successo e decisa ad interromperlo, impose che il mercato venisse trasferito ai margini dell’abitato, in un’area fangosa e mal servita, con l’evidente mira di portarlo alla chiusura.  A quel punto i lodigiani, stanchi di subire da Milano angherie e vessazioni di ogni tipo, cercarono la protezione di Federico Barbarossa: sapevano benissimo che anche  l’Imperatore mal sopportava l’atteggiamento sfrontato e poco da “suddita”che stava tenendo da fin troppo tempo Milano.

Le alterne vicende successive, seppure importantissime, sono davvero impossibili da descrivere senza annoiare il lettore, quindi ve le risparmio e passo senza indugio al giorno d’oggi, e alla mia particolare visione del lodigiano. Non me ne vogliano gli storici, ma quello che più mi commuove di questo territorio è la sua capacità culinaria e gastronomica. Mi darete della prosaica, lo so, ma quando mi trovo davanti a una “raspadura” o a un “fegato alla lodigiana” o a un “risotto in cagnone” vado in sollucchero e di tutti i contrasti tra le due belle me ne faccio un elegantissimo baffo! Provate, per non avere più dubbi, la Rassegna Gastronomica d’Autunno del Lodigiano, e sappiatemi dire…

Mariagrazia Innecco

Tappa n.70 – San Colombano al Lambro, gran buon vino

Milano si avvicina sempre più e se ne cominciano a vedere le tracce: abbandonata la succulenta Emilia, la Romagna ormai alle spalle, eccoci entrati nella ricca Lombardia. Stiamo per arrivare alle province di Lodi e di Pavia, ma prima vogliamo fermarci in una cittadina singolare per diversi motivi. Innanzitutto è una delle poche exclave italiane: il termine sta ad indicare un territorio appartenente ad una giurisdizione amministrativa – nel caso di San Colombano la città metropolitana di Milano – ma ubicato in una provincia diversa – in questo caso Lodi. Poi è unica in quanto a territorio, posizionata com’è sulla sola collina che si incontra dopo chilometri e chilometri di pianura: ettari di dolci declivi coltivati a vite che si perdono a vista d’occhio e che da secoli forniscono uve pregiate, perfette per essere trasformate in vini apprezzati fin dal primo millennio.

san colombano al lambro castello e vigneti

Per la sua posizione sopraelevata San Colombano al Lambro era già probabilmente fortificata nel VI secolo, quando dall’Irlanda arrivò un monaco – Colombano appunto – che insegnò  agli abitanti a coltivare la vite. Il castrum antico venne distrutto da Federico Barbarossa durante il suo secondo passaggio in Italia, attorno al 1163 d.C.

Ma la città era in una posizione  così strategica e fondamentale per la sicurezza dell’intera regione (all’epoca il fiume Lambro era navigabile e collegato al Mare Adriatico) che l’anno successivo venne riedificata una fortezza più imponente della precedente che divenne residenza imperiale. Un forte impulso allo sviluppo economico del circondario venne da Bianca di Savoia, moglie del signore di Milano Galeazzo Visconti, che si trasferì definitivamente in un’ala del castello nel 1370: la nobildonna amava più la vita rurale che quella di corte, la natura più che la città, ed aveva competenze in ambito agricolo ed enologico, tanto che emise una serie di regole severissime sulla coltura delle piante di vite e sulla vinificazione, fino a quel momento poco controllata e di scarsa resa, e altrettanto severe multe da comminare a chi non rispettava i regolamenti. Dotò il territorio di un canale di irrigazione e fornì le basi di quella che ancora oggi è una fiorente attività.

Esiste da molti anni un Consorzio di 12 cantine che non solo  producono vini D.O.C. di ottima qualità, ma  tutelano anche i 1480 ettari del grande parco che abbraccia il territorio di 5 comuni, e organizzano manifestazioni stagionali di forte richiamo, come la Festa delle Ciliegie a giugno, il Guiderdone Banino (una bellissima festa medievale) e la Sagra dell’Uva a settembre, oltre a convegni e focus sull’arte enologica, con buona soddisfazione anche di Leonardo Da Vinci che ai tempi di Ludovico il Moro dimostrava di apprezzare i vini della “Collina di Milano“, definendoli degni rivali di quelli della sua adorata Vinci.

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.69 – Parma, la buonissima.

Sono stata nipote e figlia – per parte di madre – di parmensi: non parmigiani, perchè a quanto pare si chiamano così solo coloro che sono proprio nati in città. Invece i paesi natii dei nonni erano Torrechiara e Sala Banganza, due località praticamente attaccate alle più famose Langhirano e Felino, dove l’aria sa di prosciutto crudo e culatello, e dove la mattina le signore ancora si alzano presto per preparare una colazione abbondante ai loro familiari prima che vadano a scuola o al lavoro. Anche se non ci ho mai abitato a lungo, ci sono andata spesso in vacanza e in quei frangenti ho goduto anch’io del trattamento alimentare tipico della zona: ammetto che alla lunga potrebbe diventare dannoso, ma alzarsi dal letto e trovare sul tavolo le crescentine appena preparate dalla zia era qualcosa di inebriante che dava a tutta la giornata un taglio speciale. La loro fragranza unita al sapore del prosciutto dolcissimo appena tagliato sta fra i miei più piacevoli ricordi d’infanzia, paragonabile solo a quello della fetta di pane bianco coperta da un velo di burro e spolverata di zucchero che mi consegnava la nonna per merenda. Pane, burro, zucchero, salumi, carni, cose fritte? Oggi si urla all’orrore, al cancro in agguato, mica le mangi più in scioltezza queste cose, ma allora arrivavo a cena di nuovo con una fame lupina, perchè come minimo mi ero fatta 20 chilometri in bicicletta ed ero salita su due o tre alberi per raccoglierne i frutti, altro che smaltire le calorie davanti al pc!

parma gnocco fritto

Non so cosa succeda nelle abitazioni dei parmensi del giorno d’oggi, forse una ridimensionata se la saranno data anche loro, ma di certo girando nei 7 padiglioni di Cibus – la più grande fiera dell’alimentazione, che guarda caso si svolge proprio alla Fiera di Parma – si ha la sensazione che di persone che hanno voglia di nutrirsi bene ce ne siano sempre di più. E anche di farlo con varietà ed alternanza, senza rovinarsi del tutto uno dei massimi piaceri che l’esistenza ci offre. Bando alla tristezza nell’alimentazione, sembra essere il grande messaggio che esce da ciascuno dei 3.000 stand espositivi che attraggano ad ogni edizione più visitatori: quella che si è appena conclusa era la diciottesima, e pare che abbia avuto la maggior affluenza di tutte le precedenti: 70.000 persone, di cui 15.000 provenienti dall’estero.

parma cibus

Osservatorio specializzato, luogo di scambio, punto di incontro, occasione di assaggio e mille altre cose, questa Fiera che è diventata il vero simbolo dell’Agroalimentare italiano, durante la quale i migliori cuochi vengono invitati perchè si esibiscano in show cooking e lezioni ad alto livello, dove i maggiori compratori dei 5 continenti arrivano perchè in tutto il mondo si sa che il cibo migliore è italiano, dove non viene trascurato nessun comparto, dai più tradizionali ai più innovativi, a quelli vegani e soprattutto glutin free (vi ricordate quando la pastina glutinata Buitoni era considerata la migliore con cui si potevano nutrire i propri pargoli?). I tempi cambiano, e con loro le mode, quello che resta e resterà per sempre  è la nostra lunga tradizione condita con la inarrivabile fantasia degli italiani, che spesso proprio in cucina sanno dare il meglio di loro stessi.

Dall’anno prossimo Cibus tornerà ad essere annuale e si svolgerà a ridosso dell’altra manifestazione fieristica che il mondo ci invidia – il Vinitaly di Verona – ottenendo in questo modo che i visitatori stranieri possano, con un unico spostamento,  avere a disposizione il meglio che l’Italia può offrire al mondo in termini di nutrimento. Altra buona notizia per chi come me ha penato non poco per arrivare a destinazione con l’auto: a breve inizieranno i lavori di uno svincolo autostradale dedicato, che immetterà direttamente nel grandissimo piazzale antistante i padiglioni accorciando di parecchio i tempi di percorrenza.

Mariagrazia Innecco

Tappa n. 68 – Reggio Emilia, la futurista.

Di solito, nelle città, i Musei detti “Civici” non riescono mai ad attrarre a sufficienza la mia attenzione. Come a dire: se arrivo in una località che non conosco affatto, preferisco farmene un’idea attraversandola, guardandola vivere la contemporaneità, piuttosto che entrare nel luogo chiuso creato appositamente per raccontare la sua storia. Sono spesso ubicati in palazzi antichi, un po’ stantii, polverosi, monocordi e monotoni. Poco visitati, anche, e di conseguenza un po’ trascurati. Invece che trovarci le origini e la concatenzazione pulsante che ha portato quella città ad essere esattamente come la vediamo, ci sembra che tutto si sia fermato in un punto imprecisato del suo progresso.

In piena controtendenza – è l’eccezione che conferma la regola, o si sta affermando un nuovo stile da esportare ovunque? – i Musei Civici di Reggio Emilia. Consiglio proprio di partire da qui, ora che finalmente sono completati, per capire di che pasta è fatta questa città antica e modernissima, futurista, direi. Non è stato facile il percorso che ha portato a questo risultato: tortuoso, a tratti bloccato, ricco di contrasti. Ma ad un certo punto, una decina di anni fa, è arrivata, quasi inaspettatamente, la luce e tutto ha cominciato a fluire.

La luce era incarnata in un personaggio ben preciso, di una levatura eccezionale, come solo certi umanisti illuminati riescono ad essere. Italo Rota. Il magnifico architetto del Museo del 900 di Piazza Duomo e di altre decine di progetti mondiali, appartenente a quella schiera di Archistar capaci non solo di cambiare gli assetti di interi territori, ma anche di spiegare che cosa desiderano ottenere con le loro opere. Ed ecco che, all’improvviso, dopo anni di farraginose e inconcludenti azioni, ai Musei Civici è arrivato lui: si è messo a lavorare daccapo, ripartendo dall’inizio, sgombrando il campo da tutti gli ostacoli che stavano impedendo di ottenere il risultato che oggi è a nostra disposizione come cittadini e visitatori. C’è tutto in questo Museo: le ottocentesche raccolte naturalistiche di Lazzaro Spallanzani, il capodoglio di 40 tonnellate spiaggiato a Senigallia nel 1938, “salvato” per sempre dall’abilità del tassidermista Socrate Gambetti e poi diventato l’amico di tutte le successive generazioni di piccoli reggini, la tazza d’oro dell’età del bronzo ritrovata pochi anni fa a Montecchio Emilia, oltre ad altre decine di reperti vivi e pulsanti, affatto polverosi. Ma vi si trovano anche racconti, installazioni contemporanee, nuove tecnologie, in un susseguirsi che di caotico o superficiale non ha proprio nulla.

Ci tiene questa città al suo essere attuale: è antichissima, come dimostra la sua pianta originale ed esagonale, tagliata perfettamente dal decumano romano della Via Emilia, legata alle tradizioni – qui è nata la prima Bandiera Italiana nel 1797, conservata al Museo Storico del Tricolore – ma anche proiettata nel futuro, come non può fare a meno di notare chiunque vi arrivi, in treno o in automobile, da fuori. Gli amministratori cittadini non hanno avuto paura di osare, sapendo di possedere senso estetico e buon gusto: incaricando l’architetto Santiago Calatrava di progettare la candida Onda Dinamica della Stazione Mediopadana dell’Alta Velocità Ferroviaria, i tre ponti sospesi e il nuovo casello autostradale, hanno deciso con sicurezza di modificare in modo permanente l’intero paesaggio suburbano e di caratterizzarlo in modo netto. Qualche detrattore ci sarà per forza, ma le opere sono compiute e sembrano dominare con il loro fulgore la pianura circostante, incuranti di qualsiasi critica.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.67 – Modena, emozioni e calore

Ad ogni luogo corrisponde un’evocazione, che a sua volta corrisponde a un particolare stato d’animo, tanto più emozionante quanto più istintivo e antico. Pronunciando il nome Modena mi sgorgano anche ricordi non miei: ci sono stata alcune volte, sempre un po’ di corsa, in visita a qualcuno, dormendoci una notte al massimo. Ma è sulle esperienze di mio padre e sui racconti che me ne ha fatto fin da quando ero piccola, che fondo le evocazioni remote legate a questa città.

accademia modena

Per lui era stato il luogo d’inizio della vita adulta: era partito diciottenne dalla sua città natale, Gorizia, appena uscito dalle scuole superiori, per inziare il percorso di preparazione a quella carriera severa e impegnativa che tanto lo appassionava, almeno “sulla carta”. In quel lontano 1949 era stato ammesso, senza l’aiuto di nessuno, alla prestigiosa Accademia Militare, ma dopo poche settimane dall’inizio dei corsi e senza molte spiegazioni da parte del Comando, era stato rimandato a casa. In quel momento tutti i suoi sogni si erano infranti e ne stava facendo una malattia. Fu il nonno, uomo deciso e battagliero, che inforcò la sua motocarrozzetta – era un sidecar, ma in famiglia ribattezzavano tutto in modo ironico – e andò dritto dritto fino a Roma, per chiedere spiegazioni addirittura al Ministero della Difesa. E lì si scoprì l’arcano: un lontano parente lucano qualche anno prima era stato eletto sindaco del suo paese. E, udite udite, era comunista! Questo bastava e avanzava, ai tempi, per estromettere per sempre chiunque dal mondo militare. Non oso immaginare la reazione di mio nonno: incurante delle conseguenze che le sue parole e i suoi gesti avrebbero potuto procurare, lì, seduta stante, fece il diavolo a quattro, dichiarando assurda questa cosa e opponendo la specchiata educazione che aveva impartito al suo figliolo (!) Nessuno sa esattamente cosa successe, ma il risultato della scenata fu egregio: all’inizio del corso successivo in Accademia non ci entrò solo mio padre, ma anche il fratello secondogenito, di un anno più giovane.

Due anni dopo erano entrambi Sottotenenti e idonei a proseguire i loro studi a Torino, alla Scuola di Applicazione, dove in tre anni sarebbero diventati Tenenti. Avrebbero da lì iniziato la loro carriera, che si rivelerà fulgida e piena di soddisfazioni, restando sempre affiancati e uniti, così come sono ancora oggi. Accarezzare la testa del leone di pietra posto alla sinistra del portone di ingresso di Palazzo Ducale, la prestigiosa sede dell’Accademia, aveva portato bene a tutti e due. Lo faceva ogni allievo la prima volta che entrava timoroso in quel santuario, e lo feci anch’io, tanti anni dopo, anche se solo per ripetere al posto loro quel gesto scaramantico.

Venni invitata a Modena da un amico che risiedeva lì temporaneamente, in occasione dei funerali di Luciano Pavarotti, il modenese più famoso del mondo, dopo Enzo Ferrari. Non ero pronta al mare di folla e alla commozione cittadina che invase le strade del centro quell’8 settembre del 2007: ne provai persino paura, da tanta era la ressa e da tante lacrime vidi scorrere sui volti della gente quel giorno. Le persone che mi stavano attorno o erano mute e attonite, quasi impietrite, oppure mi invadevano con un fiume di parole, raccontando senza sosta aneddoti ed episodi legati al loro beniamino, del quale sembrava conoscessero i più intimi segreti, in modo affettuoso, caldo, non riservato e schivo, ma verace e umano, come la gente di questa terra sa essere, e come io vorrei fossero tutti gli esseri umani.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.66 – Marzabotto, cose più serie

Il piccolo inconveniente della sera precedente alla fine non aveva avuto il potere di rovinare alcunchè; anzi, visto che non si trattava di nulla di così irreparabile, era stato argomento di conversazione durante il convivio e motivo di molte battute ironiche. Tanta allegria doveva però spegnersi in fretta la mattina successiva, quando il nostro anfitrione ci aveva portato a visitare i dintorni, approfittando della mattinata di sosta forzata per permettere che la Capperina venisse operata e messa in grado di riprendere la strada.

marzabotto  succiacapre

Da buon affabulatore, aveva cominciato la sua narrazione dalla cosa più divertente: il significato del nome della località. Avevamo così imparato che il marzabòt è un uccello molto diffuso in questi boschi e che in italiano si chiama in vari modi: caprimulgo – elegante direi – o ancora succiacapre, nottolone, calcabotto. Tanti nomi e ciascuno con una motivazione logica. La sua bocca enorme, ad esempio, ha alimentato la leggenda che ami succhiare il latte delle capre indigene. Pur non essendo catalogato come notturno – “nottolone” può trarre in inganno – di  giorno vola poco perchè preferisce stare acquattato a terra mimetizzandosi con il sottobosco, aspettando non si sa bene cosa e continuando a muoversi in tondo. Ma è di sera che dà il  meglio di sè: si rianima, inforca il motorino – http://www.xeno-canto.org/help/embed/144091  – (qui c’è il suo canto da ascoltare fino in fondo e capirete perchè scrivo così) per andare a caccia delle enormi falene di cui è ghiotto. Semplicemente fantastico.

marzabotto  etrusca 1

Poi ci aveva fatto un bel racconto sui 18 ettari di parco archeologico etrusco, uno dei più belli in Italia, ortogonale, perfetto, curato nei minimi particolari, e sul Museo Archeologico intitolato alla famiglia Aria, che ne avviò la costruzione dotando l’area di una sede degna dei ritrovamenti e degli scavi iniziati nel 1800.

Ma alla fine eravamo arrivati a parlare del dolore. Non ne avremmo potuto farne a meno perchè da queste parti, non solo a Marzabotto, ma anche a Panico, Casaglia, San Martino, Cerpiano, Monzuno, Grizzana Morandi, San Giovanni, Caprara sono state davvero tante le persone che hanno perso la vita. Erano gli abitanti di un luogo bellissimo – quello che sta attorno al Monte Sole – ricco di boschi, prati, pascoli soleggiati, da sempre via di collegamento tra l’appennino bolognese e la Toscana, verso ovest, e Pesaro, verso est. Una linea immaginaria  assolutamente strategica come capì il Generale Tedesco Kesselring che proprio qui, durante la Seconda Guerra Mondiale, volle arginare l’avanzata delle truppe alleate verso nord. Lungo la famigerata Linea Gotica, che correva fortificata per circa 300 chilometri appena a sud di Marzabotto, nell’autunno del 1944 la tensione arrivò al parossismo: i Partigiani e la truppe naziste avevano ordine di sterminarsi a vicenda e questo fecero, senza esclusione di colpi. Oltre ai caduti “militari” vennero coinvolti 778 civili, trucidati senza scampo in più riprese, a gruppi, all’interno delle loro case e delle chiese dove cercavano inutilmente rifugio.

Nel 1961, nel pieno centro di Marzabotto perchè mai si perda memoria di questo eccidio, è stato eretto un Sacrario che rendesse ai caduti il giusto onore. Ma è solo percorrendo a piedi i declivi e i boschi che qui si rincorrono a perdita d’occhio, che ai più sensibili  potrà capitare di incontrare le anime di queste incolpevoli e maestose vittime dell’orrore. E allora il silenzio si mescolerà ad una commozione senza fine e senza tempo.

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.66 – Marzabotto, e Capperina sembra opporre resistenza

Viviamo in una Terra così ricca e variegata che a volte basta spostarsi di pochissimo per finire su un pianeta che nulla ha a che vedere con quello che abbiamo appena lasciato. Non parlo solo del paesaggio, ma anche delle atmosfere, delle evocazioni, delle tracce lasciate dalla storia, e in generale di tutto ciò che è in grado di inviarci messaggi significativi.

Che stesse per succedere qualcosa di molto particolare lo avevo capito in fretta, quel pomeriggio. La mattina avevo raggiunto a sorpresa Alessandro e Edite a Castel Bolognese ed ero stata con loro prima a Castel Del Rio e poi a Bologna. La meta successiva doveva essere Marzabotto dove ci attendevano per farci visitare gli scavi etruschi e portarci a cena in un luogo particolare. Si trattava di percorrere solo una trentina di chilometri verso le colline, lungo la valle del fiume Reno, ma Capperina Turchina – la mitica 500 azzurro acqua – di strada quel giorno ne aveva già fatta parecchia ed era provata. La decisione di imboccare l’autostrada per arrivare a Sasso Marconi  – il primo casello successivo a quello di Bologna – mi era parsa la migliore: ci saremmo evitati le molte curve e la brutta salita della statale, e avremmo recuperato un po’ del ritardo accumulato. Ancora una volta però non avevo fatto i conti con la personalità decisa di questa piccola auto magica: piuttosto che varcare il casello, si era fermata fumante sull’ultima curva della rotatoria di immissione, per giunta fuori della mia vista, nascosta e arrabbiatissima. Dalla mia Clio avevo cercato allarmata Alessandro, che nel frattempo aveva già chiamato un carro attrezzi. Dieci minuti dopo avevamo diagnosi e soluzione: lei si era recisa con decisione il filo dell’acceleratore, quindi non poteva marciare autonomamente, ma il Soccorso Stradale l’avrebbe caricata sul pianale e condotta a Marzabotto in meno di mezz’ora e lì ci avrebbero aiutati a trovare un bravo meccanico.

marzabotto viaggio in carro attrezzi

Trionfante e con il faro ben rivolto verso di lei, neanche fosse un riflettore da palcoscenico, si era lasciata trasportare baldanzosa, guardando dall’alto in basso le vetture moderne e sfreccianti che ora non le mettevano nessuna paura: si sentiva assolutamente al sicuro e al domani non aveva proprio voglia di pensare.

In realtà non aveva avuto nemmeno per un attimo intenzione di rovinarci i programmi: è una saggia questa macchinetta, ha ben speso i suoi 45 anni di vita, sa come farsi ascoltare e dove è opportuno andare. Mi sta simpatica da matti e ha praticamente sempre ragione lei. Anche in questa circostanza si era limitata a farsi ricoverare in un garage tranquillo lasciandoci liberi di andare dove ci attendevano in parecchi.

L’amico Guido Mascagni aveva infatti organizzato una serata straordinaria che sarebbe stato un vero peccato perdere: una cena a tema dantesco, preceduta da un’affascinante conferenza da lui stesso condotta dal titolo “Selve – Come smarrirsi,come ritrovarsi: consigli per non perdersi nelle selve di oggi“. Appassionato studioso dell’Alighieri, del Boccaccio, e in generale del ‘600, italianista e divulgatore, docente universitario, oltre che gourmet e bon vivant, Guido ha inventato il “RistoDante“, dove i piatti della tradizione vengono realizzati ispirandosi alla Commedia Divina: ed ecco arrivare in tavola un antipasto chiamato “Nel mezzo del cammin“, dove la selva oscura è rappresentata da una davvero divina vellutata di cavolo nero e il sentiero da una granella di mandorle tritate, o il “Grande Mantovano“, un primo piatto dedicato a Virgilio, in cui i grandi tortelli di zucca si sposano con un delicato ragù bianco. Il tutto nella cornice di un agriturismo davvero particolare, nato dalla volotà ferrea di una coppia di coniugi pieni di sogni e concretezza, Danila e Gabriele, che dopo anni di lavoro, il primo gennaio 2015 hanno inaugurato il loro gioiello, chiamandolo significativamente “Al di là del Fiume“: agriturismo, azienda agricola, vigna, centro di scambio, fucina di cultura e recupero.

“Crediamo nella passione tra le persone, nella forza della terra, e siamo convinti che tra il cosmo e le radici ci sia un’armonia”.

Mariagrazia Innecco