Tappa n.66 – Marzabotto, cose più serie

Il piccolo inconveniente della sera precedente alla fine non aveva avuto il potere di rovinare alcunchè; anzi, visto che non si trattava di nulla di così irreparabile, era stato argomento di conversazione durante il convivio e motivo di molte battute ironiche. Tanta allegria doveva però spegnersi in fretta la mattina successiva, quando il nostro anfitrione ci aveva portato a visitare i dintorni, approfittando della mattinata di sosta forzata per permettere che la Capperina venisse operata e messa in grado di riprendere la strada.

marzabotto  succiacapre

Da buon affabulatore, aveva cominciato la sua narrazione dalla cosa più divertente: il significato del nome della località. Avevamo così imparato che il marzabòt è un uccello molto diffuso in questi boschi e che in italiano si chiama in vari modi: caprimulgo – elegante direi – o ancora succiacapre, nottolone, calcabotto. Tanti nomi e ciascuno con una motivazione logica. La sua bocca enorme, ad esempio, ha alimentato la leggenda che ami succhiare il latte delle capre indigene. Pur non essendo catalogato come notturno – “nottolone” può trarre in inganno – di  giorno vola poco perchè preferisce stare acquattato a terra mimetizzandosi con il sottobosco, aspettando non si sa bene cosa e continuando a muoversi in tondo. Ma è di sera che dà il  meglio di sè: si rianima, inforca il motorino – http://www.xeno-canto.org/help/embed/144091  – (qui c’è il suo canto da ascoltare fino in fondo e capirete perchè scrivo così) per andare a caccia delle enormi falene di cui è ghiotto. Semplicemente fantastico.

marzabotto  etrusca 1

Poi ci aveva fatto un bel racconto sui 18 ettari di parco archeologico etrusco, uno dei più belli in Italia, ortogonale, perfetto, curato nei minimi particolari, e sul Museo Archeologico intitolato alla famiglia Aria, che ne avviò la costruzione dotando l’area di una sede degna dei ritrovamenti e degli scavi iniziati nel 1800.

Ma alla fine eravamo arrivati a parlare del dolore. Non ne avremmo potuto farne a meno perchè da queste parti, non solo a Marzabotto, ma anche a Panico, Casaglia, San Martino, Cerpiano, Monzuno, Grizzana Morandi, San Giovanni, Caprara sono state davvero tante le persone che hanno perso la vita. Erano gli abitanti di un luogo bellissimo – quello che sta attorno al Monte Sole – ricco di boschi, prati, pascoli soleggiati, da sempre via di collegamento tra l’appennino bolognese e la Toscana, verso ovest, e Pesaro, verso est. Una linea immaginaria  assolutamente strategica come capì il Generale Tedesco Kesselring che proprio qui, durante la Seconda Guerra Mondiale, volle arginare l’avanzata delle truppe alleate verso nord. Lungo la famigerata Linea Gotica, che correva fortificata per circa 300 chilometri appena a sud di Marzabotto, nell’autunno del 1944 la tensione arrivò al parossismo: i Partigiani e la truppe naziste avevano ordine di sterminarsi a vicenda e questo fecero, senza esclusione di colpi. Oltre ai caduti “militari” vennero coinvolti 778 civili, trucidati senza scampo in più riprese, a gruppi, all’interno delle loro case e delle chiese dove cercavano inutilmente rifugio.

Nel 1961, nel pieno centro di Marzabotto perchè mai si perda memoria di questo eccidio, è stato eretto un Sacrario che rendesse ai caduti il giusto onore. Ma è solo percorrendo a piedi i declivi e i boschi che qui si rincorrono a perdita d’occhio, che ai più sensibili  potrà capitare di incontrare le anime di queste incolpevoli e maestose vittime dell’orrore. E allora il silenzio si mescolerà ad una commozione senza fine e senza tempo.

Mariagrazia Innecco

 

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