Tappa n.67 – Modena, emozioni e calore

Ad ogni luogo corrisponde un’evocazione, che a sua volta corrisponde a un particolare stato d’animo, tanto più emozionante quanto più istintivo e antico. Pronunciando il nome Modena mi sgorgano anche ricordi non miei: ci sono stata alcune volte, sempre un po’ di corsa, in visita a qualcuno, dormendoci una notte al massimo. Ma è sulle esperienze di mio padre e sui racconti che me ne ha fatto fin da quando ero piccola, che fondo le evocazioni remote legate a questa città.

accademia modena

Per lui era stato il luogo d’inizio della vita adulta: era partito diciottenne dalla sua città natale, Gorizia, appena uscito dalle scuole superiori, per inziare il percorso di preparazione a quella carriera severa e impegnativa che tanto lo appassionava, almeno “sulla carta”. In quel lontano 1949 era stato ammesso, senza l’aiuto di nessuno, alla prestigiosa Accademia Militare, ma dopo poche settimane dall’inizio dei corsi e senza molte spiegazioni da parte del Comando, era stato rimandato a casa. In quel momento tutti i suoi sogni si erano infranti e ne stava facendo una malattia. Fu il nonno, uomo deciso e battagliero, che inforcò la sua motocarrozzetta – era un sidecar, ma in famiglia ribattezzavano tutto in modo ironico – e andò dritto dritto fino a Roma, per chiedere spiegazioni addirittura al Ministero della Difesa. E lì si scoprì l’arcano: un lontano parente lucano qualche anno prima era stato eletto sindaco del suo paese. E, udite udite, era comunista! Questo bastava e avanzava, ai tempi, per estromettere per sempre chiunque dal mondo militare. Non oso immaginare la reazione di mio nonno: incurante delle conseguenze che le sue parole e i suoi gesti avrebbero potuto procurare, lì, seduta stante, fece il diavolo a quattro, dichiarando assurda questa cosa e opponendo la specchiata educazione che aveva impartito al suo figliolo (!) Nessuno sa esattamente cosa successe, ma il risultato della scenata fu egregio: all’inizio del corso successivo in Accademia non ci entrò solo mio padre, ma anche il fratello secondogenito, di un anno più giovane.

Due anni dopo erano entrambi Sottotenenti e idonei a proseguire i loro studi a Torino, alla Scuola di Applicazione, dove in tre anni sarebbero diventati Tenenti. Avrebbero da lì iniziato la loro carriera, che si rivelerà fulgida e piena di soddisfazioni, restando sempre affiancati e uniti, così come sono ancora oggi. Accarezzare la testa del leone di pietra posto alla sinistra del portone di ingresso di Palazzo Ducale, la prestigiosa sede dell’Accademia, aveva portato bene a tutti e due. Lo faceva ogni allievo la prima volta che entrava timoroso in quel santuario, e lo feci anch’io, tanti anni dopo, anche se solo per ripetere al posto loro quel gesto scaramantico.

Venni invitata a Modena da un amico che risiedeva lì temporaneamente, in occasione dei funerali di Luciano Pavarotti, il modenese più famoso del mondo, dopo Enzo Ferrari. Non ero pronta al mare di folla e alla commozione cittadina che invase le strade del centro quell’8 settembre del 2007: ne provai persino paura, da tanta era la ressa e da tante lacrime vidi scorrere sui volti della gente quel giorno. Le persone che mi stavano attorno o erano mute e attonite, quasi impietrite, oppure mi invadevano con un fiume di parole, raccontando senza sosta aneddoti ed episodi legati al loro beniamino, del quale sembrava conoscessero i più intimi segreti, in modo affettuoso, caldo, non riservato e schivo, ma verace e umano, come la gente di questa terra sa essere, e come io vorrei fossero tutti gli esseri umani.

Mariagrazia Innecco

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