Tappa n. 68 – Reggio Emilia, la futurista.

Di solito, nelle città, i Musei detti “Civici” non riescono mai ad attrarre a sufficienza la mia attenzione. Come a dire: se arrivo in una località che non conosco affatto, preferisco farmene un’idea attraversandola, guardandola vivere la contemporaneità, piuttosto che entrare nel luogo chiuso creato appositamente per raccontare la sua storia. Sono spesso ubicati in palazzi antichi, un po’ stantii, polverosi, monocordi e monotoni. Poco visitati, anche, e di conseguenza un po’ trascurati. Invece che trovarci le origini e la concatenzazione pulsante che ha portato quella città ad essere esattamente come la vediamo, ci sembra che tutto si sia fermato in un punto imprecisato del suo progresso.

In piena controtendenza – è l’eccezione che conferma la regola, o si sta affermando un nuovo stile da esportare ovunque? – i Musei Civici di Reggio Emilia. Consiglio proprio di partire da qui, ora che finalmente sono completati, per capire di che pasta è fatta questa città antica e modernissima, futurista, direi. Non è stato facile il percorso che ha portato a questo risultato: tortuoso, a tratti bloccato, ricco di contrasti. Ma ad un certo punto, una decina di anni fa, è arrivata, quasi inaspettatamente, la luce e tutto ha cominciato a fluire.

La luce era incarnata in un personaggio ben preciso, di una levatura eccezionale, come solo certi umanisti illuminati riescono ad essere. Italo Rota. Il magnifico architetto del Museo del 900 di Piazza Duomo e di altre decine di progetti mondiali, appartenente a quella schiera di Archistar capaci non solo di cambiare gli assetti di interi territori, ma anche di spiegare che cosa desiderano ottenere con le loro opere. Ed ecco che, all’improvviso, dopo anni di farraginose e inconcludenti azioni, ai Musei Civici è arrivato lui: si è messo a lavorare daccapo, ripartendo dall’inizio, sgombrando il campo da tutti gli ostacoli che stavano impedendo di ottenere il risultato che oggi è a nostra disposizione come cittadini e visitatori. C’è tutto in questo Museo: le ottocentesche raccolte naturalistiche di Lazzaro Spallanzani, il capodoglio di 40 tonnellate spiaggiato a Senigallia nel 1938, “salvato” per sempre dall’abilità del tassidermista Socrate Gambetti e poi diventato l’amico di tutte le successive generazioni di piccoli reggini, la tazza d’oro dell’età del bronzo ritrovata pochi anni fa a Montecchio Emilia, oltre ad altre decine di reperti vivi e pulsanti, affatto polverosi. Ma vi si trovano anche racconti, installazioni contemporanee, nuove tecnologie, in un susseguirsi che di caotico o superficiale non ha proprio nulla.

Ci tiene questa città al suo essere attuale: è antichissima, come dimostra la sua pianta originale ed esagonale, tagliata perfettamente dal decumano romano della Via Emilia, legata alle tradizioni – qui è nata la prima Bandiera Italiana nel 1797, conservata al Museo Storico del Tricolore – ma anche proiettata nel futuro, come non può fare a meno di notare chiunque vi arrivi, in treno o in automobile, da fuori. Gli amministratori cittadini non hanno avuto paura di osare, sapendo di possedere senso estetico e buon gusto: incaricando l’architetto Santiago Calatrava di progettare la candida Onda Dinamica della Stazione Mediopadana dell’Alta Velocità Ferroviaria, i tre ponti sospesi e il nuovo casello autostradale, hanno deciso con sicurezza di modificare in modo permanente l’intero paesaggio suburbano e di caratterizzarlo in modo netto. Qualche detrattore ci sarà per forza, ma le opere sono compiute e sembrano dominare con il loro fulgore la pianura circostante, incuranti di qualsiasi critica.

Mariagrazia Innecco

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