Tappa n.60 – Forlì, la città dei Fabbri

Credo che ancora oggi in un numero esorbitante di case italiane, magari in uno scaffale un po’ in alto come nella mia, ci sia una vecchia enciclopedia Conoscere. Qualcuno sarà persino riuscito a conservare al meglio le sovracopertine, io invece a furia di usare i volumi le avevo così massacrate che sono state buttate via. Erano un po’ di anni che nessuno la sfogliava più, ma ieri sera ho preso la scala, ho soffiato via la polvere da un libro a caso e l’ho aperto….

Poi ho aperto il secondo e il terzo. Non dico che mi ricordavo proprio i contenuti (magari!) ma i disegni erano quasi tutti lì, impressi nella mia memoria alla perfezione. Ho voluto parlare con mio padre – mi conosce bene e chiama le mie le domande più strane ed estemporanee “test contro l’Alzheimer” – perchè non mi ricordavo più esattamente l’anno in cui questo capolavoro dei Fratelli Fabbri Editori mi era stato regalato e dal quale ho deciso non mi separerò più. Assieme alle figure sono saltati fuori i ricordi di scuola, le ricerche, mia madre che mi insegnava a consultare gli indici, ma soprattutto la consapevolezza di quanto mi abbia formato questo metodo rivoluzionario di porre gli argomenti, apparentemente casuali ma in realtà frutto dell’analisi di abili pedagogisti e insegnanti competenti, che ben conoscevano la psiche dei ragazzi e i metodi per tenerli avvinti. Capoversi abbastanza brevi, titoli accattivanti e colorati, ma soprattutto argomenti “mescolati” che aumentavano la voglia di girare pagina e andare avanti nella lettura, per entrare nel successivo mondo ancora sconosciuto ma sicuramente ricco di sorprese.

Geniali i Fratelli Giovanni, Dino e Rino Fabbri da Forlì. Geniale soprattutto Giovanni che pur avendo studiato medicina capì in tempo che la sua passione vera erano i libri e che ad essi voleva dedicare la sua vita. Convinse i fratelli ad unirsi a lui e cominciarono a fioccare i primati: nel  1945 aprirono la prima casa editrice e la inaugurarono pubblicando il primo corso di inglese a fascicoli, capirono che il luogo più efficace per la vendita non era la libreria, ma l’edicola (all’epoca c’erano 3/4.000 librerie in Italia, contro le 20.000 edicole), organizzarono una rete di vendita porta a porta e avviarono le prime campagne pubblicitarie serie, diventarono il punto di riferimento per tutta l’editoria scolastica.

Il grande balzo lo fecero nel 1957 quando uscì il primo fascicolo di Conoscere: le edicole vennero prese d’assalto da migliaia e migliaia di lettori che complessivamente compreranno 600 milioni di inserti, senza contare il numero esorbitante di enciclopedie rilegate e complete che furono messe in commercio dal 1963. Era iniziata una nuova era e l’Italia aveva voglia di Conoscere.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.58 – Santarcangelo di Romagna, borgo poetico

Ho un’amica che ama follemente viaggiare e con la quale è bellissimo farlo perche riesce a scovare le cose più impossibili da vedere, fosse anche, come dice spesso per rendere meglio l’idea, il Museo del Bottone. Ecco, se fino a ieri era solo una battuta di spirito, da oggi in poi le dovrò comunicare che un museo dedicato ai bottoni esiste davvero, e si trova a Santarcangelo di Romagna. Prima era una florida merceria nata nel 1929 per vendere i manufatti degli artigiani locali che si erano specializzati in questa particolare produzione fin dal 1700. Oggi la pazienza del figlio del “merciaio”, Giorgio Gallavotti, ha fatto diventare il negozio originario un vero e proprio Museo storico e internazionale, visto che tra i 10.500 pezzi esposti ce ne sono molti, rari e preziosi, che provengono dall’estero. Sono stati pazientemente cuciti su dei pannelli e poi messi in cornice secondo un criterio tematico, per nulla noioso, anzi decisamente piacevole. L’idea mi piace anche perchè evocativa di un tempo felice in cui le mamme e le nonne ci lasciavano senza problemi giocare con i bottoni fin da piccoli, felicemente ignare del rischio che correvamo inghiottendoli, oppure – ed è più probabile – saggiamente consapevoli che li avremmo digeriti senza difficoltà. Da più grandicelli (ma solo se eravamo femmine) potevamo anche divertirci attaccandoli a qualche pezzo di stoffa avanzato, imparando, come si suol dire, ad “attaccar bottone” per benino.

bottoni

Se i bottoni mi evocano l’infanzia, i 153 antichissimi ipogei di Santarcangelo mi fanno addirittura retrocedere a prima della nascita di Cristo. Pieni di mistero perchè ancora non se ne è capita con certezza nè l’origine nè la funzione – presenti praticamente sotto a tutta la città, non grotte isolate, ma camminamenti adorni di nicchie laterali, uguali una all’altra e senza alcuna iscrizione o simbolo. Forse sede del culto antichissimo del Dio Mitra –  a Roma vengono detti “mitrei” –  forse luoghi di raccoglimento dei Monaci Basiliari, oggi utilizzati per custodire il prezioso Sangiovese e durante la seconda guerra mondiale rifugi sicuri e tutto sommato confortevoli. Meritano una visita che va prenotata alla Pro Loco cittadina, e vanno percorsi dimenticandosi di sè, senza timori, magari dopo aver letto qualche poesia del grande Tonino Guerra, che qui è nato e qui è riuscito anche a morire, a 92 anni.

Io li vado a ripescare volentieri questi personaggi perchè sono stati grandi e non vanno dimenticati. Una delle ultime immagini che abbiamo di lui è legata ad uno spot che ha fatto storia: parlava dell’importanza dell’ottimismo (che è il profumo della vita), con la sua faccia simpatica e un fortissimo accento romagnolo.

tonino guerra

In sovrimpressione, alla fine dello spot, passava il suo nome con sotto indicata la sua professione: scrittore e poeta, ma sono abbastanza sicura che in pochi sapevano – e sanno – quante cose ha fatto quest’uomo saggio che tutti vorremmo avere come nonno, nel corso della sua lunghissima esistenza. Andate a cercarlo digitando il suo nome su qualsiasi motore di ricerca, meglio ancora su youtube perchè ascoltare le sue parole è come farsi terra arsa che sta ricevendo la pioggia dopo tanta siccità, vi verranno alla mente i ricordi, vi sentirete meno soli.

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.54 – Pesaro e il suo Conte

pesaro conte Pinoli1Il 3 Febbraio, giorno del mio compleanno, arriviamo all’Alexander Museum Hotel, a Pesaro, e conosco il proprietario, che ha il mio stesso nome. Sembra un caso, ma nel caso c’è sempre la ragione. Alessandro Nani Marcucci Pinoli di Valfesina è un conte vero. La sua è una delle cento famiglie più antiche d’Italia, dal 929 dopo Cristo. Ha 3 cognomi, un beato nella sua famiglia e, per parte di madre, un Papa (Pio IX). Ha una fede in Dio molto forte, così grande da non avere mai chiesto “grazie” per lui ma sempre per gli altri. Per vent’anni ha accompagnato piccoli gruppi di malati a Lourdes e a Loreto insieme alla moglie. Avere fede, secondo Alessandro Nani, è accettare quello che Dio ti dà. Nel dicembre del 2008 ha avuto la fortuna, come dice lui, di andare in coma per 5/6 minuti e quando si è risvegliato gli è preso un colpo. Si è dispiaciuto da matti perchè durante il coma stava benissimo, immerso in una luce bianca e forte accanto ai suoi genitori e ai suoi nonni. Per esperienza di vita, il valore più importante durante la sua esistenza resta l’amore. Io pensavo, invece, alla risata, che non lo abbandona mai durante la nostra conversazione. “Ma io ho il sorriso perchè ho l’amore” mi risponde ridendo. E’ l’amore che ti fa ridere, e quando uno è innamorato, è allegro. Alessandro Nani è veramente innamorato della vita.

Ha 220 dipendenti e tutte le sue cameriere sono belle, perchè “costano quanto quelle brutte” ci dice e allora meglio averle belle. La donna bella è un capolavoro di Dio, come in cucina la frutta e la verdura, e davanti alle sue parole convinte fai tuo il suo ragionamento senza fatica. Se ascolti la sua vita sembra un film. Ha fatto l’agricoltore, l’ambasciatore a La Paz, il console, il lavapiatti in un albergo londinese, il professore universitario, l’avvocato. Ha scritto 26 libri, pubblicandone 18. Ha investito negli alberghi. E’ partito da uno e ora ne ha sei. E’ scultore, collezionista e fa delle performance. Una l’ha fatta in Svezia contro la guerra. Centinaia di camicie sparse per terra e un pennello con cui le macchiava di sangue, appendendole poi ad un filo sopra il quale aveva scritto “missione di pace“. Voleva parlare di quelle che dicono essere delle missioni di pace. In realtà, per lui, sono momenti in cui si ammazzano un sacco di persone. Ha fatto l’albergo che ci ospita. Un grosso lavoro di quattro anni col coinvolgimento di oltre cento artisti.

pesaro stanza hotel Alexander Museum

Tutti quelli che ci lavorano devono indossare una tuta bianca da lavoro. Sembrano uomini e donne della Spektre. Lui è James Bond, chiaramente. “E poi ho fatto schifo” ti aggiunge scoppiando a ridere. Dietro di lui, la moglie con la quale condivide un percorso di amore lungo 54 anni. Li vedi ridere e farsi le battute come due ragazzini. Che vuoi aggiungere ancora?

Alessandro Ciulla

Tappa n.54 – Pesaro, mille trionfi

Meno male che nessuno mi corre dietro e che sui luoghi mi posso fermare esattamente tutto il tempo che desidero, perchè altrimenti con Pesaro non avrei saputo come fare. Ovunque mi giri provo sensazioni inebrianti, odo musiche, sento aromi, vedo arte e percepisco vitalità che è impossibile non condividere. Roba da prendere e partire, quantomeno per inebriarmi, inspirare forte, trattenere il fiato e rilasciare in altre località italiane questa ventata di positività.

Forse i più tradizionalisti avranno storto il naso quando i vari Assessorati cittadini sono stati battezzati con nomi tanto originali – non mi risulta sia successo in nessun altra città, ma magari mi sbaglio – Crescita, Bellezza, Vivacità, Operatività, Solidarietà, Sostenibilità, Benessere, Gestione, Rapidità, Nuove Opere: così, tanto per non rimanere vittime di seriose nomenclature, che da sole a volte fanno venire svariati dubbi sulla volontà operativa. Direte che non basta un titolo per fare grande un Dipartimento, però sono intimamente convinta che serva a compiere buona parte del percorso, oltre a disporre al meglio l’animo.

matteo mattioli

Senza togliere nulla a tante città e cittadine che hanno accolto il Giro del Cappero con grande generosità e disponibilità, Pesaro si piazza in indubbia pole position: gran parte del merito va ad un giovane che si è preso la briga di organizzare e gestire quante più cose possibile nelle poche ore che la Capperina Turchina è rimasta in città. Ne devo assolutamente parlare in prima battuta perchè senza la sua “amplificazione” tutto sarebbe avvenuto più in sordina e le impressione che ne avremmo tratto tutti noi non sarebbero state le stesse. Non è un caso l’aver scelto un’immagine “musicale” tra le mille che avevo a disposizione di Matteo Mattioli: è il ritmo che lo domina, gli dà il tempo e lo rende efficacissimo. Un ragazzo entusiasta che sa come si ottengono i risultati: impegnandosi, studiando, diventando un punto di riferimento per la città, ma sempre con il sorriso sulle labbra e la musica nell’anima!

Mi hai contagiato Matteo e sto scrivendo con le Overture del vostro illustre concittadino Gioacchino Rossini in cuffia: altra musica, altri tempi, altre armonie, ma stessa gioia travolgente.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.52 – Ancona, Roma&Pace l’albergo di Koba

stalin

Da un hotel di Ancona alle campane di Venezia, la storia tra verità e leggenda di quando il futuro segretario generale del Pcus si rifugiò in Italia

1907. Al porto di Ancona approda un bastimento di grano proveniente dall’Ucraina. Dalla nave scende Koba, giovane georgiano dai capelli lunghi. Ha viaggiato come clandestino fino alla città Adriatica; ha freddo e fame ed è in cerca di un impiego. Non è un tipo “facile”: in patria lo insegue la polizia zarista per la sua attività rivoluzionaria. Infatti, Koba è solo il soprannome di Josif Vissarionovic Dzugasvili, che la Storia ricorderà come Stalin.

Consierge Il suo contatto italiano lo accompagna in un albergo nel quale alloggerà sì, ma quale dipendente. Per circa tre settimane il ventottenne Josif riceverà gli ospiti in reception. Pochissimo tempo: non è adatto al ruolo di consierge perché riservato e  troppo timido per interagire con la clientela. Eppure il ricordo di Koba resta al “Roma&Pace”, in particolare fra la famiglia Papini proprietaria dell’Albergo.

Campanaro A dare una seconda chance al fuggitivo ci pensa un convento veneziano.  Koba/Stalin, lasciata Ancona, è campanaro a Venezia, dove è ribattezzano “Bepi del giasso”, Giuseppe dal freddo. Alle vicende italiane del futuro dittatore russo è dedicato un libro di Raffele K. Salinari “Stalin in Italia ovvero Bepi del giasso” (Ogni uomo è tutti gli uomini editore, 2010).

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Anno 2015 Il Gran Hotel “Roma & Pace” è oggi chiuso. I grandi e ricchi ambienti, che avevano ospitato fra gli altri il regista Luchino Visconti e il Duce, sono vuoti. Guardato come un pazzo dagli avventori dei locali adiacenti, pulisco con uno straccio le vetrate impolverate degli ingressi secondari, le uniche non protette da grate e saracinesche; posto contro il vetro, l’obiettivo scatta e immortala ciò che un tempo erano hall e ristorante. Poi, qualche immagine reperita sui siti turistici mi aiuta a “mappare” le foto: gli stucchi sul soffitto della grande sala sono gli stessi del ristorante;  le dimensioni e i pochi mobili rimasti nello spazio accanto fanno invece pensare ad un privé per aperitivi… di classe.

Edificio vetusto, polveroso ma che conserva un suo fascino, il Grand Hotel rievoca le atmosfera felliniane di Amarcord, tempi lontani nei quali elegantissimi receptionist accoglievano coppie ricche di vacanzieri o uomini d’affari di passaggio, con ingombrati valigie e bauli al seguito.

E Koba? La sua esperienza nel mondo della “hotellerie” è ricordata sia da Salinari, sia da Hugo Pratt in una tavola di Corto Maltese. Il fumettista (coadiuvato da un attivissimo ed esperto consulente storico) ripropone il soggiorno anconetano di Stalin ne “La casa dorata di Samarcanda“: il marinaio, prigioniero dei bolscevichi, chiama il “Grande Capo” al telefono, rinverdendo i momenti del loro incontro nel capoluogo marchigiano nella speranza di avere salva la vita. Non rinunciando, tuttavia, al suo proverbiale sarcasmo:

Corto: “Fantastico, insomma diverrai segretario generale del partito (Partito Comunista dell’Unione Sovietica, nda) perché non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro alla chiesa degli Armeni a Venezia”.

Vedete? E’ questo il bello della Storia: a cambiare il corso degli eventi possono essere grandi uomini o anche persone comuni, come il capo del personale di un albergo o la direzione artistica dell’Accademia di Belle Arti di Vienna… che bocciò gli acquerelli del futuro Fuhrer della Germania nazista.

Marco Petrelli

Tappa n.52 – Ancona e il suo architetto

Riccardo è un architetto paesaggista. Si definisce un architetto atipico. Piano piano si è accorto che il territorio non è fatto solo di case, ma anche di tanta natura. Da lì ha iniziato a comprendere che anche un architetto deve capire l’anima del luogo, perchè, secondo lui, se non capisci quello, non puoi fare un bel progetto. “Tu che diritto hai di cambiarlo?” mi dice. Il paesaggio è qualcosa di più che materiale. C’è tanto di spirituale. C’è la memoria delle persone che ci sono state e quella del loro immenso lavoro. Dieci anni fa con un altro appassionato del paesaggio, Franco di Recanati, si accorgono di tenere convegni sullo stesso argomento. Si mettono insieme e nasce una collaborazione tra due piccolissime associazioni culturali. Capiscono che, forse, possono fare qualcosa per mettere in evidenza che si sta perdendo con tutto questo cemento quella che è la nostra reale ricchezza: il paesaggio. Cosa si può fare? Ci vorrebbe una legge. A Riccardo, che è un architetto pianificatore, chiedono di cominciare a scriverne la bozza. Lui, che lavora di giorno, inizia a scrivere, di notte, i cinque punti fondamentali che iniziano a fare girare fra le associazioni nelle Marche. Nasce così il forum sul paesaggio delle Marche, che oggi è arrivato a 101 associazioni, dalle due iniziali, che sostiene anche la prima ed unica proposta di legge  sul paesaggio in Italia. Io, che lo ascolto con attenzione, sento il bisogno di chiedergli in cosa consista questa proposta di legge.

riccardo picciafuoco1

Primo, il paesaggio è un bene comune, di tutti. Non si può consentire al privato di sfruttare il territorio per fini speculativi. Secondo, stop al consumo di suolo. Si deve demolire quello che c’è di brutto. Terzo, ogni decisione deve essere presa coi cittadini consapevoli. Quarto, i Comuni non possono più decidere per sè, ma ci vuole un intervento comunitario sul paesaggio. Al quinto punto ci voglio arrivare così. Intorno a Riccardo i colleghi continuano a lavorare. Lui gira il territorio per raccontare del paesaggio e della bellezza della sua tutela. Gli sono arrivati, in questo modo, incarichi da persone umilissime, che lo hanno sentito parlare e lo hanno apprezzato. Su tutti, trenta anziani di Osimo che hanno accettato che i loro terreni venissero declassati da edificabili ad agricoli, bloccando il consumo del suolo col cemento.Questa è una favola moderna ad occhi aperti. Bravo Riccardo.

riccardo picciafuoco

Alessandro Ciulla

Tappa n.43 – Teramo, la Cantina di Porta Romana (e io mi sento un po’ a casa)

A Milano quello di Porta Romana è un Corso famoso, che si conclude con l’altrettanto famosa Porta Romana, isolata e ben conservata, che dà l’inizio a Corso Lodi: quella che vedete qui sotto è la mappa striminzita della Mediolanum del 50 a.C., dove appare evidente come la via Romana fosse la più importante, perchè conduceva, come è facile intuire, nella capitale dell’Impero.milano romana

Anche la nostra Interamnia – questo il nome antico della città di Teramo, che sta ad indicare la sua posizione “tra” le acque – ha origini romane, ed ecco spiegato il nome che un suo cittadino orgoglioso ha voluto dare alla sua Trattoria. La Cantina di Porta Romana a dire il vero è “trattoria” solo all’apparenza, ma non vuole essere nemmeno “ristorante”: qualcuno dice che molto semplicemente è il “tempio” o il “luogo di culto” dove Marcello Schillaci celebra i i riti culinari e sacri della tradizione gastronomica teramana.

E parla, parla, raccontando il perchè dei piatti che prepara, senza stancarsi mai, contravvenendo alla regola dei suoi conterranei, che si dice professino il culto del Silenzio e misurino le parole persino con gli amici, figuriamoci con i forestieri. Piatti sontuosi e semplici, ricchi di storia antica, tra cui regnano sovrane le “Virtù Teramane” che venivano preparate dagli avi romani per la festa del primo maggio e che vengono ancora cucinate in tutte le case della zona esattamente lo stesso giorno: questa zuppa propiziatoria è talmente ricca di valore simbolico da avere un suo Disciplinare rigoroso e seguitissimo anche dalle massaie. Un trionfo di legumi secchi – serviva per consumare le granaglie conservate e fare posto a quelle nuove – e verdure fresche provenienti dagli orti che ciascun cittadino di qui coltiva con passione.

Leggiamo le parole di Alessandro:

A Teramo è rimasta una cantina ristorante. A dirigerla è Marcello. A chi gli chiede se lui sia un cuoco o uno chef risponde con fermezza di essere un cantiniere cuciniere. Uno dei suoi capolavori, che non si trova in nessun ristorante locale o dell’intera penisola, sono le pennette ai gamberi di fiume col sugo lungo. Quest’ultimo serviva a fare mangiare più persone. Per ogni persona che entrava nelle cantine di una volta si allungava questo sugo e si aggiungeva pasta perchè “una volta la miseria e la povertà si combatteva con la solidarietà” dice Marcello. Le cantine si concentravano solitamente su un piatto, e questo diventava speciale. L’offerta di questo signore appassionato è quella di una cucina all’antica di cantina, diversa da quella tradizionale, che è più sofisticata secondo lui. Da lui si mangiano le frattaglie, i gamberi di fiume e il pesce più povero, e la cucina è lunga, “nel senso che tutto è cotto per cui la roba non fa male” ti dice. Puoi mangiare tanto, come abbiamo fatto noi, ma senza mai avvertire alcun senso di sazietà. Oggi, secondo il nostro amico cuciniere, quello che ti frega in un ristorante moderno è la velocità con cui fanno i sughi, per cui il pomodoro rimane acido, non cotto. Marcello non mette il suo menù fuori dalla porta, perchè l’oste vero sa sempre quello che ti dà da mangiare.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.43 – Teramo, e il suo ambasciatore eccellente

Secondo la tabella di  marcia orginaria, il Giro del Cappero non avrebbe dovuto passare da Teramo, o meglio, sarebbe dovuto rimanere lungo costa, soprattutto per scongiurare il pericolo di percorrere l’entroterra abruzzese dove nevicate e piogge non sono così rare durante i mesi di gennaio e febbraio. Ma la telefonata piena di brio ed entusiasmo di una donna speciale mi ha convinto che fosse il caso di fare una digressione verso l’interno dove avremmo trovato cose e persone assai interessanti, tantopiù che il rischio del maltempo era pressocchè nullo e anzi sembrava proprio primavera!

capperina con Gran Sasso

Benvengano questi suggerimenti, specie se a fornirli è una persona che sa quel che dice perchè da quelle parti ci va in continuazione: Loredana Fumagalli – e il suo cognome tipicamente lombardo tradisce le sue origini – è una simpatica Pierre che tra i suoi numerosi clienti ne ha uno molto particolare, di cui va orgogliosissima, e che ci teneva tanto a farci conoscere. Una persona davvero meravigliosa, come si capisce dalle parole che ha scritto di lui Alessandro:

Filippo Flocco è un’eccellenza italiana. Vive tra Teramo, la sua città natale, e Parigi. Fa il consulente dello stile per i marchi di moda, nel senso che lui e i suoi collaboratori forniscono un po’ tutto per le aziende che vogliono fare moda , dal disegno al primo capo campione sino a studiare la distribuzione, la logistica e tutto ciò che è comunicazione di un prodotto o marchio. Il primo campione di molti marchi famosi della moda parte spesso dal suo atelier teramano.”Sono uno molto romantico” ci dice rallentando le sue parole, nel senso che Filippo insegue dei sogni pazzi, quasi furiosi, prendendo aziende piccole o di media grandezza con poca distribuzione internazionale e si appassiona a farle diventare grandi. A quel punto se ne va, le lascia camminare da sole e passa ad un’altra piccola. E’ innamorato del benessere che crea in un’azienda. Lo leggi nelle parole ricche di un’umanità che non ha mai trascurato nella sua vita. Si informa in merito agli apparecchi che devono mettere i figli dei suoi operai, e ai mutui che devono pagare. Quando prende tra le mani un capo, avverti subito quanto è densa la passione per il suo lavoro. “Ogni piuma che tu vedi, ogni, è messa a mano” racconta con voce calma, mentre ti mostra un vestito interamente creato attraverso il ricamo, e, poi, con l’applicazione di petali di peonia in tulle. L’alta moda è questa. E’ tutto lavoro manuale. Filippo è un costruttore di desideri, un compagno di bellezza. Auguro a tutti di trovarne sempre uno lungo il proprio percorso, come è successo a noi oggi.

Mariagrazia Innecco

 

Tappa n.39 – San Salvo, Giri di Giostra in ben più di 80 tappe

Chi, come me, da parecchio si occupa quotidianamente di … Giri, non poteva che soffermarsi con attenzione quasi religiosa in questo luogo incredibile chiamato la Giostra della Memoria. Entrare in risonanza con l’energia che emana ha l’immediato potere di sbalzarmi indietro nel tempo allorquando il numero di Giri di Giostra era l’oggetto di una lunga trattativa tra me bambina e l’adulto che si offriva di farmeli fare – spesso il nonno materno, qualche volta lo zio giovane, un po’ più di rado il papà, sempre i maschi di casa comunque. Sono stata abituata fin da piccola a non fare i capricci, ma a discutere fino a trovare un accordo prima di uscire: pestare i piedi e farmi scendere le lacrime equivaleva a far saltare il programma oltre che a perdere il piacere del divertimento. Ed io avrei accettato qualsiasi condizione pur di sentire il mio cuore accelerare, la gioia precipitarmi dentro lasciandomi senza fiato per qualche istante.

Per certi versi stanno arrivandomi quelle sensazioni travolgenti ed entusiastiche, pure ed infantili, anche ora, mentre sto cercando di capire meglio quello che Angiolina ha avuto la forza e la voglia di mettere in piedi qui a San Salvo. Mi devo imporre, come allora, un’attenzione speciale per esserci tutta, per non perdermi troppo di questa bellezza senza confini, che è fisica ma anche umana, spirituale, filosofica, didattica. Talmente traboccante (questa è zona di trabocchi, non dimentichiamolo!) da importi disciplina e calma, la calma di cui mi sono imbevuta arrivando sulla costa, ancora incosapevole dell’utilizzo che ne avrei fatto.

Ce la posso fare solo perchè fin da bimba mi hanno portato davanti alle cose e me le hanno spiegate, proprio come fa Angiolina con i bambini che arrivano con le loro maestre nel suo Museo: da quanto è brava a catturare la loro attenzione, a far entrare bene i concetti nelle loro testoline curiose, a far loro ripetere le parole nuove e difficili perchè poi le possano raccontare a casa, sembra che abbia sempre avuto a che fare con i piccoli. Invece no: è stata un’insegnante, ma di liceo, quindi dovrebbe avere più dimestichezza con gli adolescenti che con i lupacchiotti. Ma la spiegazione c’è: Angiolina Balduzzi crede in quello che dice, sa quello che racconta, ha costruito con le sue mani e con la sua volontà tutto quello che le sue stanze contengono e narrano.

Potrebbero anche parlare da sole le venti stanze della Giostra, per tanti messaggi contengono, ma ascoltare lei che parla è molto più bello: è una sirena che ti ammalia, alla quale però sai in cuor tuo che ti puoi abbandonare senza timore perchè male non te ne farà, anzi ti farà sentire meglio, più radicato con la vita, meno timoroso e spaventato perchè tutto è già accaduto e tutto si può conservare e rendere utile.

Mi ha ricordato il personaggio di un libro – e di un film – bellissimo: quel Jonathan Safran Foer, il ragazzo protagonista di “Ogni cosa è illuminata” che per tutta la vita ha collezionato oggetti, dando loro il ruolo portante della sua esistenza, conservandoli e proteggendoli, sapendo che è solo il rispetto delle cose che ci può portare oltre i confini della realtà, costruendo al contempo il nostro percorso conoscitivo, la nostra personalissima pista narrativa sulla quale fondare ricordi indelebili e ineluttabili.

Sogno il momento in cui abbraccerò te,  Angiolina, e tua figlia: siete donne libere di amare e capaci di costruire, ed io non posso che ammirarvi incondizionatamente.

Mariagrazia Innecco

Tappa n.39 – San Salvo, Maria Antonietta e Angelo

Finchè senti parlare qualcuno che la conosce o leggi un articolo che ne parla, o anche magari ci conversi al telefono, non potrai mai dire di aver percepito l’essenza di una persona e di aver cominciato a capirla: sarà solo vedendola davvero, incontrandola,  guardandola negli occhi,  parlandole a tu per tu, che in un attimo potrà scattare realmente il feeling, e da lì in poi tutto si modificherà.

La persona di cui parlo non è una sola: sono due, ma talmente affiatate e accomunate dagli stessi interessi, da sembrare realmente intercambiabili e fuse; sono anche sposate tra di loro, ma questa, come ben sappiamo, non è condizione sufficiente per garantire sodalizi ideali. Apparentemente l’animatrice di tutto  è la parte femminile della coppia, Maria Antonietta, instancabile e in continua attività, ma sono certa che sia la presenza di suo marito Angelo, oltre che il suo sostegno e il suo aiuto concreto, a permetterle di essere quello che è.

Da queste parti tutti conoscono la Masseria Zinni, i più anziani perchè ci venivano a tirare al piattello quando il grande terreno era adibito a questo “sport” praticato da nobili e popolani, ricchi e poveri, accomunati dalla passione per la caccia; i più giovani perchè ormai da molti anni questo luogo è diventato un punto di riferimento del territorio. Qui in azienda, dove ancora abita la sua mamma, Maria Antonietta viene ogni giorno e lavora senza sosta (per riposarsi prepara dolci e confetture, oltre che piatti della tradizione di una bontà assoluta) per inseguire un sogno che ormai è diventato reale: coltivare i suoi terreni in modo corretto, ma anche provvedere alla trasformazione e alla valorizzazione dei prodotti che ne derivano. Ed ecco nascere marmellate e sottoli, conserve e farine, da vendere ma anche da consumare e degustare in compagnia di amici e paesani, inventandosi feste e manifestazioni, come Colto e Mangiato, per educare al gusto delle materie prime non comprate al supermercato ma curate e raccolte con le proprie mani.

Mariagrazia Innecco

Ecco cosa ha scritto Alessandro dopo essere stato ospite con Edite in questo luogo incantevole:

Maria Antonietta e Angelo vivono nelle campagna di San Salvo, in Abruzzo. Coltivano 10 ettari di terra, tirando fuori periodicamente un racconto dei loro prodotti durante delle cene che organizzano in casa. Nella credenza della loro stanza da pranzo trovi le boccette dei loro prodotti, sistemati con l’ordine delle nostre nonne. Le guardo in silenzio, perchè il garbo della semplicità è un metro per capire chi hai di fronte. Angelo, ad un certo punto, si avvicina e tira fuori un barattolone di carciofi all’acqua. A differenza dei carciofini sott’olio, che non possono essere usati in cucina, quelli all’acqua hanno avuto una sola cottura, senza subirne una preventiva. Angelo li ha inseriti crudi lì dentro e li ha messi a cuocere una sola volta. Me li apre e sperimento per la prima volta quello che lui stesso mi ha candidamente detto un attimo prima. Sono croccanti e conservano il sapore del carciofo fresco. Sembravano appena raccolti dalla loro carciofaia. Col farro che producono fanno la pasta e una formidabile focaccia, condita con semi di canapa. Il farro ha un’altissima digeribilità. Dove passa il farro, ogni stomaco riposa, addormentandosi quasi. Maria Antonietta e Angelo sanno di combattere una battaglia per la tutela della salute dell’umanità, e non si tirano indietro. I loro prodotti contengono solo quello che è scritto in etichetta. Nulla di più e nulla di meno. Leggi, così, che il patè di olive contiene le olive, l’olio di oliva extravergine e il sale. E sorridi, perchè la semplicità della verità è sempre disarmante. Arriva sera e ci sediamo a tavola. Ceci e rape, baccalà e patate, peperoni secchi croccanti come patatine. Sembrava un convivio di settant’anni fa. Sarebbe impossibile realizzarlo se non ci fosse la garbata semplicità di due grandissimi appassionati. Grazie.”